lunedì 26 giugno 2006
FLUTE CORNER
Scrivete pure in questo spazio tutto ciò che vi interessa chiedermi o sottopormi, riguardo al flauto, che sia di interesse generale: repertorio, tecnica, questioni interpretative. Per lasciare il vostro intervento scendete fino in fondo alla colonna "commenti" e utilizzate l'apposito form. Per domande più personali usate la voce "Contatti".
Grazie
GP
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COMMENTI
Carissimo Maestro
anch'io aspetto con ansia il tuo compendio!!!
Approfitto per farti tanti tanti auguri per un sereno 2010
postato il 23/12/2009 19.06.31
da Laura Trainini

Gentile maestro,
attendo con impazienza la pubblicazione del suo lavoro. Nel frattempo, le auguro buon natale e felice anno nuovo.
Nicola
postato il 19/12/2009 13.25.10
da Nicola Parisi

Caro Nicola,
emergono cose molto interessanti da questo discorso:
1) Manca una pubblicazione audiovisiva in merito: vero. Nei 12 anni di insegnamento "militante" la cosa che sperimentalmente, nel rapporto didattico, ho verificato funziona meglio, è l'esempio diretto, visuale e auditivo, del risultato ottenuto con le varie tecniche, di fronte all'allievo. Ho formato molti allievi molto preparati in tal senso, poggiando su quella trasmissione orale, e diretta, che davvero può fare la differenza. Ora, coi nuovi media, forse si può fare qualcosa di meglio in tal senso, e ci sto pensando seriamente; anche perchè il tipo di tecnica di emissione che sono andato costruendo nel corso di un quindicennio di sperimentazioni e influenze reciproche provenienti da origini diverse, è molto elaborato ma al tempo stesso estremamente efficace. Costa un po' di fatica nella sintonizzazione iniziale, ma crea una veloce autonomia di lavoro. Mi dispiacerebbe pertanto che andasse perduto.
2) Il fatto poi che gran parte del lavoro lo debba fare lo studente, provando e riprovando, facendo tentativi diversi, aprendo la mente a diverse possibilità senza pretendere di trovare un risultato immediato ed efficace per tutto, bhe questo fa parte del fascino dell'apprendimento di uno strumento, ed ognuno dovrebbe avere il gusto di "pasticciare" e sperimentare su sè stesso: perchè dalla ricerca e dalla sperimentazione nascono le innovazioni. Certo, questo è molto difficile da fare mentre si è occupati a costruirsi una carriera, a piazzarsi nei concorsi ecc. Ma comunque è un'attività che può essere, a tratti, esaltante. E, come in ogni ricerca vera, non bisogna abbattersi se a volte i risultati non sono quelli sperati.
Spero davvero che alcuni miei ex allievi, che hanno tratto i massimi benefici da questa tecnica così composita, possano aiutarmi a estendere questo lavoro, che effettivamente potrebbe avere una qualche utilità; non un "metodo", ma l'illustrazione analitica di un approccio sperimentale. Molto concreto, e basato su esercizi precisi. Che poi, detto tra noi, sono gli stessi cui ancora, quotidianamente, mi sottopongo io per primo per mantenermi in forma strumentale.
postato il 15/12/2009 10.09.02
da GP

Gentile maestro,
ha centrato in pieno il nocciolo della questione. Purtroppo manca una vera scuola di articolazione e tutto è lasciato all'esperienza e alla sensibilità del flautista, che autonomamente sperimenta le mille possibilità. Sarebbe bello invece, se si potesse disporre di una pubblicazione audio-visiva che tratti sistematicamente il problema e che metta a confronto i diversi effetti sonori ottenuti con le diverse tecniche. Infatti, i manuali tradizionali risultano insufficienti proprio perchè non possono dar conto del suono, mentre gran parte del nostro apprendimento avviene attraverso il feed back sonoro. Ciò vale anche per i problemi relativi all'imboccatura, alla produzione del colore e alla restituzione appropriata dello stile del brano. Non è possibile capire la differenza tra un suono timbrato ed uno fuori fuoco se prima non li si è ascoltati, così come non è possibile riprodurre staccati diversi se prima non li abbiamo uditi. E naturalmente, tutto va agganciato al passo che si esegue perchè differenti figurazioni o differenti velocità possono comportare differenti necessità, senza contare, per dirla alla Quantz, il vincolo al "buon gusto".
Nicola Parisi
postato il 11/12/2009 14.16.01
da parisi nicola

Cara Maria,
ahimè non sono la persona più indicata per "questo" genere di consigli, dal momento che non sono assolutamente uno specialista di marche e modelli di flauti...
Spiacente!
postato il 07/12/2009 11.44.07
da GP

buonasera,vorrei gentilmente un consiglio su un flauto miyazawa modello 300 mc.grazie in anticipo
postato il 02/12/2009 17.37.06
da maria

Caro Giorgio, come in tutto, vi sono scuole di pensiero molto diverse a riguardo: io per parte mia sono un grandissimo sostenitore della flessibilità: utilizzare un leggero (e rilassato) movimento della mascella, e un leggero slittamento delle labbra tra loro per indirizzare meglio l'aria laddove serve, a mio parere è assolutamente necessario al fine di ottenere proiezione e morbidezza. Se invece si vuole spingere molto nella "punta", la focale risulta sicuramente più salda mantenendo la direzione dell'aria sempre uguale: il suono risulterà un po' più aggressivo e presente da vicino, perdendo in proiezione man mano che ci si allontana. Prova a fare degli esercizi legando un la nelle tre diverse ottave con entrambe le impostazioni e scegli! Buon lavoro
postato il 01/12/2009 17.35.04
da GP

Gentile Maestro,
sono un allievo del Conservatorio di Milano e vorrei conoscere il suo parere in merito alla seguente questione, su cui ho sentito opinioni molto diverse: secondo lei, è opportuno muovere il labbro e/o il mento cambiando dall' ottava grave a quella acuta e viceversa, oppure bisogna mantenere una posizione costante per tutte le tre ottave?
La ringrazio anticipatamente e le invio cordiali saluti.
Giorgio
postato il 24/11/2009 18.47.41
da Consolati Giorgio

Grande Giampaolo a flautissimo!
Strepitoso...complimenti ancora!!!
postato il 05/11/2009 23.53.57
da Luca Enrico

...a mio avviso, nel flauto moderno è quasi impossibile far corrsipondere nell'articolazione sillabe diverse come nel flauto dell'opoca di Quantz; mentre è assolutamente possibile, anzi a mio parere necessario, cambiare il colore dell'articolazione stessa, cioè il suono vero e proprio dello staccato, variando l'intensità dell'arrivo della lingua verso la punta, nel variare l'arrivo della lingua verso denti o labbro, infine controllando l'amplificazione della gola rispetto alla consonante pensata, esattamente come quando si parla facciamo differenze tra "t" o "d" o "l", insomma tra dentali, palatali, liquide, ecc
Lo staccato in questo modo sembra variare pochissimo, ma in realtà acquisisce una sonorità varia e colloquiale come nel parlato.
postato il 30/10/2009 7.57.22
da GP

...aggiungo che in 20 anni di Brannen, toccando ferro, non ho mai avuto dei blocchi di meccanica che mi impedissero di suonare, e sono ricorso al riparatore molto di rado; la perfezione della regolazione della meccanica Brannen evidentemente è tale, che in tal senso non ho mai sentito la mancanza di viti da regolare!
postato il 15/09/2009 8.20.38
da GP

Gentile maestro, gentile Enrico, grazie per le vostre risposte.
Mi farebbe piacere sapere se, secondo voi, nella tecnica flautistica moderna è possibile trasferire quanto Quantz descrive circa l'uso della lingua nel suo famoso saggio. Si può utilizzare la pronuncia del ti, di, tiri, did'll oppure è possibile far corrispondere a questi colpi di lingua altre sillabe?
Saluti,
Nicola
postato il 28/08/2009 10.12.13
da Parisi Nicola

Ciao Nicola!
Ho letto la tua domanda....secondo me l'affidabilità non dipende tanto dalla presenza o meno delle viti.La differenza è la velocità con cui si possono fare lievi regolazioni: le viti infatti permettono di fare delle regolazioni senza essere costretti a smontare nulla! Credo personalmente che, se devi acquistare un flauto non professionale, convenga quello con le viti, altrimenti vanno benissimo anche quelli senza. Il flauto Brannen credo sia stato uno dei primi ad utilizzare la meccanica Brogger, quella senza viti appunto, e naturalmente se non fosse stata molto affidabile non credo l'avessero utilizzata per tutti questi anni!
Naturalmente è solo il mio parere, non sono un tecnico ma possiedo 2 strumenti professionali, uno con viti e uno senza....sono entrambi affidabili e non vado spesso dai riparatori!
Saluti, Enrico!
postato il 13/08/2009 20.36.46
da Luca Enrico

Ciao Nicola!
Ho letto la tua domanda....secondo me l'affidabilità non dipende tanto dalla presenza o meno delle viti.La differenza è la velocità con cui si possono fare lievi regolazioni: le viti infatti permettono di fare delle regolazioni senza essere costretti a smontare nulla! Credo personalmente che, se devi acquistare un flauto non professionale, convenga quello con le viti, altrimenti vanno benissimo anche quelli senza. Il flauto Brannen credo sia stato uno dei primi ad utilizzare la meccanica Brogger, quella senza viti appunto, e naturalmente se non fosse stata molto affidabile non credo l'avessero utilizzata per tutti questi anni!
Naturalmente è solo il mio parere, non sono un tecnico ma possiedo 2 strumenti professionali, uno con viti e uno senza....sono entrambi affidabili e non vado spesso dai riparatori!
Saluti, Enrico!
postato il 13/08/2009 20.35.36
da Luca Enrico

caro Nicola,
questo è un argomento su cui davvero, lo dico con un po' di vergogna, non so assolutamente nulla!! Sono 35 anni che suono il flauto, ma non ho mai imparato nemmeno a girare una vite o a cambiare un feltro. Sono totalmente dipendente dai riparatori, e ho sempre purtroppo avuto una specie di rifiuto preconcetto nei confronti della parte meccanica dello strumento.
Posso solo dire che da sempre (o quasi) ho un meraviglioso Brannen, che NON ha le viti di regolazione, ma che è sempre stato il massimo dell'affidabilità, e che non mi ha mai lasciato a piedi.
Più di questo non saprei...
Grazie comunque per la domanda, se c'è qualche lettore del blog che può darti una risposta migliore sono ben contento.
postato il 11/08/2009 10.50.06
da GP

Gentile Maestro,
vorrei che mi illustrasse la funzione delle viti di regolazione. Poichè in commercio vi sono flauti con e senza viti di regolazione, vorrei sapere quale sia l'acquisto migliore.
Grazie,
Nicola Parisi
postato il 06/07/2009 8.21.26
da Parisi Nicola

Caro Enrico,
temo proprio di sì, che in mano mia un flauto di legno suonerebbe, se non proprio male, poco convincente, ma non per colpa sua!
Grazie di questa perorazione del legno, mi fa piacere che ti convinca e che tu ti trovi bene a suonarlo, la diversità è ricchezza, avere più colori e possibilità è un valore. Forse per me è anche una questione generazionale, sono cresciuto col mito dell'oro, e su quella materia ho forgiato la mia idea di suono...
Inoltre non sono assolutamente in grado di suonare più di uno strumento alla volta, sono totalmente votato alla...fedeltà! Più che altro, se suono sempre lo stesso materiale e lo stesso strumento, ho un punto di riferimento così fisso che io posso "muovermi" molto, e sperimentare moltissimo... se invece cambio questo punto di riferimento, non so più cosa dipende da me e cosa da lui, quindi mi sento costretto, paradossalmente, a una maggiore rigidità mentale nel pensare il suono stesso. Insomma, trovo la costrizione una premessa indispensabile della creatività. Mi fosse capitato di suonare per primo un flauto di legno non cambierebbe nulla, suonerei solo quello... Ma due insieme no, non ce la farei mai!
Grazie mille Enrico del tuo entusiasmo, è una merce rara e preziosa!
postato il 11/03/2009 22.53.03
da GP

Non riesco a non dire la mia visto che si parla di flauti che mi hanno da sempre appassionato.
Ho la fortuna di possedere entrambi gli strumenti, uno in legno e uno in oro. Premetto che secondo me oggi molti flautisti seguono la moda del "flauto in legno". pensando forse di attirare più l'attenzione....Beh penso che siano veramente pochi a suonarlo bene! Del resto vale lo stesso per gli altri flauti....a volte mi soffermo a pensare a flautisti che oltre ad essere dei bravi strumentisti siano dei veri propri artisti, che abbiano una personalità che passi agli ascoltatori.Secondo me alla fine non sono poi così tanti (e Gallois è un dei pochi ,flauto in legno e non!).
A parte la mia premessa, forse anche un po' provocatoria, e tornando al discorso puramente tecnico, credo che il flauto d'oro sia veramente eccezionale, ma a volte avere un altra possibilità timbrica può aiutare.Ad es. mi trovo spesso a suonare in trio fl, vl e ch e abbiamo constatato anche attraverso varie registrazioni che il flauto in legno con questa formazione si fonde meglio e spicca meno rispetto al flauto d'oro. Ho constatato comunque che il flauto in legno è più apprezzato dai musicisti in genere che dai flautisti.
Alla fine credo che un bravo flautista faccia suonare bene sia l'uno che l'altro....Pensate che un flauto in legno in mano al Maestro Pretto suoni male????!!!!
Un abbraccio,Enrico.
postato il 03/03/2009 22.57.58
da Luca Enrico

Caro Alessandro,
penso che se suonati bene (ma davvero bene) rappresentino un'alternativa di colore degna di qualche interesse a quello, più comune e diffuso, di argento ed oro. Io personalmente non ne sono mai stato particolarmente affascinato, però. E se trovo la cosa in fondo possibile in orchestra, specie per un certo repertorio, mi sembra invece piuttosto assurda nel solismo. Lo sviluppo delle tecniche di costruzione del flauto, che a mio modesto avviso ha goduto di un grande progresso in quanto a morbidezza, ampiezza, proiezione, intonazione, ha portato quasi ogni grande costruttore a imboccare la strada dei metalli. E personalmente, per quanto mi piaccia "esteticamente", non tornerei mai ad usare un telefono in bachelite del peso di 2 kg quando posso usare un moderno leggerissimo e -soprattutto- potentissimo cordless...
Inoltre non posso tanto soffrire che uno debba usare uno strumento di legno per poi soffiarci dentro come un disperato, come fanno quasi tutti, per via che alla fine la sonorità non è mai sufficiente. Non solo: un flauto a 14 kt, a mio avviso, supera un flauto di legno anche in fatto di morbidezza, legato e pasta di suono.
No, francamente non fa per me. Il mio Maestro, Gallois, quando utilizzava il 14 kt aveva un suono ben più interessante ed evocativo di ora che, da molti anni, usa uno strumento di legno, pur rimanendo l'enorme musicista e flautista che è. Glielo ho detto, e lui mi ha gentilmente risposto che mi sbaglio. Sono rimasto e rimango però dello stesso parere, caro Patrick. Anche se questo non muove di una virgola la stima che nutro nei tuoi confronti!
postato il 15/01/2009 19.34.21
da GP

Cara Stella,
la respirazione circolare è una delle tecniche di emissione più utili in assoluto, a mio parere, che si possano imparare.
Io la uso spessissimo, nei concerti come durante le prove in orchestra; essa permette di respirare sempre in modo rilassato, e soprattutto di avere una grande coscienza dell'imboccatura. In tal modo, imparare la resp. continua diventa utile paradossalmente anche se non la si sfrutta mai: solo per il fatto di essere costretti ad utilizzare la micro-muscolatura labiale in modo più preciso e scientifico.
Talvolta la uso per qualche minuto anche solo per rendere il suono più pulito.
Purtroppo non è possibile nello spazio di questo Blog dare delle istruzioni approfondite e precise; posso dire però che io devo al grandissimo Patrick Gallois l'averla appresa, ed egli ne dà una spiegazione molto precisa in testa al suo libro edito da Leduc che contiene la sua trascrizione dei capricci di Paganini.
Consiglio vivamente a tutti di leggere questa utilissima introduzione, che egli inserisce proprio per spiegare come si può applicare la resp. cont. in Paganini.
postato il 15/01/2009 19.20.29
da GP

Egr Maestro,
Che cosa ne pensa dei flauti di legno (di moderna costruzione) e del loro utilizzo in orchestra?
GRAZIE
Alessandro
postato il 05/01/2009 11.29.05
da Barbieri Alessandro

Gentile Maestro,
non so se sia un tema di interesse generale, nè se sia trattabile on line, ma vorrei chiederle se, perfavore, può darmi qualche consiglio per lo studio della respirazione circolare.
Molte grazie, Stella Malamani
postato il 30/12/2008 18.33.53
da stella malamani

Beh,francamente mi è sembrato strano dover eseguire la parte nel video completamente da soli con tutte le pause,senza un minimo di accompagnamento... Comunque grazie per i consigli del video,mi sono risultati molto utili!
Buone feste e buono studio a tutti!!!
Massimo Colombani
postato il 23/12/2008 11.41.51
da Colombani Massimo

Caro Colombani,
per quanto riguarda l'orchestra sinfonica di YouTube, io ho solamente ricevuto la richiesta di presentare l'iniziativa e di girare la masterclass riguardo l'esecuzione della parte per flauto; non conosco altri dettagli, ma da quanto mi risulta ogni informazione è inserita molto chiaramente sulla pagina relativa all'iniziativa su youtube.com
In bocca al lupo!
postato il 23/12/2008 7.45.38
da GP

C.issimo maestro Pretto ,buonasera
Vorrei chiederle delle informazioni circa la selezione per accedere all'orchestra sinfonica youtube,dato che vorrei partecipare:1) se è possibile sentire un esecuzione del pezzo di Tan Dun 2) se dobbiamo eseguire la parte da soli o accompagnati dal pianoforte 3) da chi è composta la commissione e soprattutto 4) quanto tempo abbiamo
Grazie
Buone Feste
M Colombani
postato il 20/12/2008 19.56.46
da Colombani Massimo

Carissima Laura,
l'intonatore va usato certamente, come punto di riferimento, ma con qualche accorgimento; tutte le note del registro grave (dalla metà bassa della tessitura dei clarinetti ai fagotti) rispetto allo "zero" dell'intonatore devono essere accordate leggermente più basse; mentre tutte le note acute, dalla tessitura medio alta dell'oboe e del flauto in su, devono essere leggermente più alte: si parla di poco, di un più 5-10 o meno 5-10.
Inoltre nei grandi accordi lati andrebbe intonata solo la fondamentale, con l'intonatore; poi la quinta dell'accordo (a orecchio), poi l'ottava e i vari raddoppi della fondamentale, infine la terza. Intonare ogni intervallo con l'intonatore è inutile, ancor prima che impossibile!
Grazie dei saluti che ricambio con calore!
postato il 13/12/2008 12.26.53
da GP

Caro Maestro
riguardo all'uso dell'intonatore.
E' consigliabile usarlo nelle prove a sezioni? e se si', come?
Un carissimo saluto e viste le date, auguri di buone feste a Lei e a tutti i frequentatori del sito.
postato il 07/12/2008 0.07.19
da Laura Trainini

Ho ricevuto via mail da Giampiero la seguente domanda:
"caro gp mi consgli un modo comodo e funzionale per poggiare il flauto sul labbro? ci sono metodi a riguardo? grazie e buon lavoro".
Poichè mi sembra un argomento che può interessare anche altri visitatori del mio sito, rispondo via blog; se qualcuno fosse interessato a continuare con altre domande o osservazioni, lo faccia per favore tramite questo "Flute corner", perchè può interessare tutti.
Il problema dell'appoggio del flauto sul labbro, a mio avviso, è inscindibile da quello dell'imboccatura, più in generale. Cioè è impossibile creare un appoggio perfettamente funzionale se non si progetta precisamente il tipo di imboccatura che vogliamo.
Faccio degli esempi più concreti: secondo me entrambi i fori, cioè quello della boccola e quello dell'apertura labiale, devono essere quanto più possibile aperti, in modo da poter contenere il massimo dell'insufflazione; da questo massimo, quando ce ne sarà bisogno, si toglierà via via per esigenze particolari, di articolazione o di pianissimi.
Il labbro inferiore, quindi, dovrebbe a mio avviso coprire la minor superficie possibile del foro della boccola; per far questo, evidentemente, non per tutti funziona il discorso di appoggiare la boccola nell'incavo al di sopra del mento; questo perchè ci sono menti (plurale di mento, non di mente! ;-), boccole e labbri di forma diversa. Per qualcuno questo funzionerà, ma per la massima parte di noi no.
Per questo la cosa più comoda è accertarsi che il foro della boccola sia il più possibile scoperto. Come? Verificandolo di fronte allo specchio, e/o con la micro-sensibilità labiale.
Chi possiede un labbro particolarmente carnoso, pertanto, dovrà necessariamente appoggiare l'orlo interno della boccola NON SOTTO il labbro inferiore, bensì SUL labbro inferiore, ad un'altezza variabile a seconda della specifica carnosità.
Sollevare leggermente la sensibilità dell'appoggio labiale per liberare al massimo il foro del flauto, è uno dei modi più immediati e sicuri per aumentare di un 30% la nostra sonorità.
All'inizio, specie per chi magari appoggiava molto in basso, o proprio dentro l'incavo del mento, sembrerà come sedersi in una posizione apparentemente scomoda; ma ben presto ci si renderà conto di quanto vantaggio se ne tragga.
Sempre, benintenso, che poi si vigili al massimo affinchè ANCHE il foro del nostro labbro, sia il più spesso possibile aperto al massimo consentito dall'emissione di quella specifica nota (naturalmente più chiuso per un la acuto pianissimo, e più aperto per un sol basso forte).
Un esercizio molto semplice e comodo per abituare il labbro inferiore a questa nuova posizione, è quello di avvicinare e allontanare continuamente il flauto, emettendo ogni volta solo una breve nota staccata di facile emissione, tipo il do sul terzo spazio. Il labbro troverà ben presto la nuova strada.
Buon lavoro!
GP
postato il 11/11/2008 17.59.00
da GP

Per me suonare è liberare un'energia accumulata in anni di lenta sedimentazione; fatta di osservazione, di artigianato pignolo e forse banale, di pensiero, di maturazione spontanea; anche di noia, di frustrazione, di sfiducia.
Sento di dover preparare per tempo, con calma, senza forzature, un percorso che pian piano accumula materiale.
Arrivo al concerto disponendo di tutto questo materiale.
Lo metto in ordine, lo compatto per bene, lo confeziono come si fa con un pacco regalo.
Poi consegno questo regalo a chi mi sta davanti.
E in questo atto, quello del momento-concerto, l'unica cosa su cui mi concentro è la libertà e naturalezza con cui porgo questo dono.
E' divertimento puro, o non è.
E' la sottile consapevolezza dell'enorme privilegio di poterlo fare.
E' la necessità di provare, almeno provare, a comunicare tanta bellezza; ma nella convinzione totale che chi mi sta davanti possa, almeno possa, esserne reso partecipe, chiunque egli sia.
E' l'incredulità che questa fortuna stia capitando di nuovo, quella sera, in quel momento.
postato il 29/09/2008 11.27.32
da GP

Tip of the day:
Studio toccasana per la mano sinistra, in relazione alla posizione e all'uguagloianza dei movimenti.
Moyse, Studi giornalieri.
Andate alla lettera R.
Scegliete il nono arpeggio spezzato (settime maggiori su una scala di sol# minore armonica).
Suonatelo molto lentamente.
Legato mf (efficacissimo per la stabilità e flessibilità labiale).
Staccato (semplice) ff, curando di staccare fortte anche le basse, eccezionale per l'uguaglianza dello staccato in salto.
Difficlissimo. ma straordinariamente utile.
postato il 11/09/2008 10.22.20
da GP

cari navigatori,
contrariamente a quanto indicato in precedenza, esiste il podcast della trasmissione radiofonica dedicata dal sottoscritto al confronto delle interpretazioni di cinque grandi flautisti della Sonata di Debussy; la trovate sotto la casella news.
I flautisti sono: Moyse, Nicolet, Rampal, Schulz e Graf.
Buon ascolto
postato il 31/05/2008 9.57.05
da GP

Il flauto incantato
L'ombra è dolce e il mio maestro riposa,
Sul capo un berretto conico di seta
E il suo lungo naso giallo tra la barba bianca.
Ma io, sono ancora sveglio
E ascolto da lontano
Una canzone di flauto in cui si effondono
A tratti la tristezza e la gioia.
Un motivo a tratti languido o frivolo
Che il mio dolce amore suona,
E nell'accostarmi alla finestra
Mi sembra che ogni nota s'involi
Dal flauto verso la mia guancia
Come un bacio misterioso.
Tristan Klingsor
(lirica musicata da Ravel in "Shéhérazade"
Recentemente ho avuto modo di suonare in orchestra questo capolavoro di Ravel, con la direzione di Pascal Rophè e la voce di Michelle Breedt.
Si tratta di uno degli assoli più straordinari, sensuali ed evocativi che sia possibile eseguire col flauto, dopo il "Prélude" di Debussy.
Che geni sconfinati quei due...Così diversi ma così necessari ed autentici.
postato il 31/05/2008 9.54.59
da GP

Carissimi,
premesso che sicuramente non vi siete persi niente di speciale, ho cercato di vedere se sul podcast di RadioTre fosse scaricabile o ascoltabile il programma, ma mi pare di no; oppure io non sono riuscito a trovarlo. Si trattava di RadioTreSuite del 3 aprile scorso. Avevo scelto di confrontare cinque versioni delle prime 30 battute della Sonata di Debussy, capolavoro che adoro sopra ogni altro nella nostra letteratura, nell'interpretazione di Moyse, Rampal, Graf, Schulz e Nicolet. Molto diverse l'una dall'altra, devo dire...
A presto e grazie per seguire il blog!
postato il 14/04/2008 8.49.42
da GP

Caro Giamp,
purtroppo mi son perso la puntata del 3 aprile con Campogrande sugli interpreti a confronto...C'è un modo per ascoltarla...Puoi metterla sul tuo sito o darmi il link per ascoltarla. Mi piacerebbe molto sentire la tua opinione, da te c'è sempre e comunque da imparare!
Un abbraccio
Fabio
postato il 09/04/2008 21.07.57
da Pupillo Fabio

Salve Maestro,
Vorrei ringraziarla sentitamente per tutti i preziosi consigli che ha dato negli scorsi 2 giorni al Masterclass di Cuneo. Si stanno rivelando veramente utilissimi.
Avrei voluto suonare anch'io al corso, ma purtroppo, per una serie di motivi, non l'ho potuto fare...
In ogni caso... Grazie di cuore!!
Melania
postato il 03/04/2008 19.08.05
da Melania Boy

Grazie Enrico!
Incidere quei Concerti in una cornice straordinaria come quella del Teatro Olimpico di Vicenza fu davvero un grande piacere, anche se ricordo un'afa incredibile, in quei giorni di giugno...
E' da allora, che non lo riascolto...Quasi quasi uno di questi giorni lo rimetto sul lettore e vedo l'effetto che fa. Le incisioni sono come delle vecchie fotografie, ci sono sempre un sacco di particolari che hai dimenticato, e sembrano ogni volta leggermente diverse.
postato il 08/03/2008 10.02.23
da GP

"Nella Sagra non sono stato guidato da sistemi di sorta. Quando penso agli altri compositori del tempo che mi interessano, Schoenberg Berg e Webern, la loro musica mi sembra molto più teorica. Ed è sorretta da una grande tradizione. Nel comporre la Sagra avevo solo l'aiuto del mio orecchio. Udivo e scrivevo ciò che udivo".
Non è incredibile? Grazie ms del contributo su Igor, l'ENORME!
postato il 08/03/2008 9.57.08
da GP

Riporto una domanda inserita da G. D.P. erroneamente in un'altra parte del blog:
"Salve Maestro! E' la prima volta che scrivo in questo blog e volevo farle una semplice domanda: ho da sempre avuto problemi con i vicini e per questo sono stato "costretto" a farmi una stanza insonorizzata dove poter suonare in santa pace...Quali sono i pro e i contro di camere di questo tipo(non so bene il materiale con cui è stato fatto , comunque è una specie di spugna a forma di scatole d'uovo)?
E soprattutto..come devo adattare il mio studio? Grazie anticipatamente..."
Il problema dell'acustica è abbastanza centrale nell'evoluzione del nosstro concetto di suono: non solo noi suoniamo uno specifico flauto, ma spesso impariamo a suonare una..stanza vera e propria; la nostra eemissione, cioè , si forma sul ritorno che impariamo a conoscere e controllare del suono tra quelle specifiche pareti. Il pericolo, nel suonare in ambienti un po' piccoli e molto anecoidi (molto insonorizzati), sta nel fatto che possiamo abituarci a lavorare molto la pulizia (il suono in quegli ambienti risulta sempre troppo sporcoo..) e poco la proiezione, grandezza e volume (non siamo spronati a sviluppare il suono in grandezza perchè è sempre tutto molto presente). L'ideale, nello studio, sarebbe alternare il più possibile diverse acustiche con una certa frequenza, per imparare molti aspetti diversi dell'emissione, legati alla risposta di quella specifica camera acustica, ivi comprese delle sale piuttosto grandi, in cui siamo costretti a sviluppare la pienezza e la proiezione. Il problema dei vicini, però, è molto molto vinccolante, per cui, in mancanza di meglio, ben venga la camera iper-insonorizzata!
postato il 14/01/2008 23.19.05
da Gabriele D.P.
postato il 24/01/2008 8.38.46
da GP

Gentile Samuele, scusa il ritardo con cui rispondo. Bhe, l'intonazione è un problema centrale e fondamentale della tecnica flautistica, perchè a mio avviso un suono non è veramente bello, giusto ed utilizzabile se non è prima di tutto intonato. Esiste un'intonazione assoluta (quella che si ottiene con la macchinetta) e un'intonazione relativa al contesto. L'argomento è complessissimo e meriterebbe un volume apposito! Cercherò sinteticamente di semplificare.
Controllare l'intonazione con la macchinetta può servire solo come controllo verso un punto di riferimento esterno, che ci dica se più o meno siamo a 442: occhio però, perchè l'ultima ottava del flauto, se costretta a rientrare sullo "0" della macchinetta a 442, risulterà inutilizzabile perchè troppo calante. Il flauto infatti, nell'ultima ottava "deve" essere lasciato un poco più alto, per un fatto timbrico legato alla costituzione "lata" degli accordi.
Una volta comunque stabilito che il riferimento è affidabile a 442, diapason riconosciuto da tutti almeno in Italia, e in quasi tutta Europa eccetto Germania (più alto) e Inghilterra (più basso), ciò di cui ci dobbiamo preoccupare di più è l'intonazione relativa, cioè a pensare gli intervalli "puri": una quarta giusta ascendente, se la cantiamo, la pensiamo sempre nello stesso modo, sia che sia
tra un sib e un Mib, che tra un do e un fa. Di conseguenza CERCHIAMO DI SUONARLA COME LA CANTEREMMO!! Difficilmente una persona musicale sbaglia nel cantare intervalli puri, che siano la terza maggiore, la sesta minore, che la più semplice quinta giusta discendente. SUONIAMO COME CANTIAMO, e sarà molto più facile. Per far ciò, però, bisogna che la nostra tecnica di emissione sia, almeno parzialmente, impostata sulla gola, sulla vocalità: e in questo siamo, assieme agli ottoni, avantaggiati rispetto agli strumenti ad ancia, perchè possiamo incidere di più sull'intonazione del suono.
Se questa cosa ti interessa sono più che disposto a parlarne ancora in un prossimo intervento!
Buono studio!
postato il 23/12/2007 12.25.28
da GP

Grazie per la risposta.
Capisco quello che vuole dire, perciò cambierò argomento. Come avrà capito, credo, nn sono un professionista; suono il flauto da circa 8 anni, frequentando lezioni private. Il mio livello nn è che sia granchè (leggendo i commenti sembrerebbero tutti quanti di un altro pianeta, tanto che per me certe cose sono arabo), però mi piace suonare e mi accontento di quello che riesco a fare. Per la tecnica nn ho grossi problemi, per quello basta tanto esercizio. Il mio vero problema è l'intonazione: le chiederei se può gentilmente consigliarmi qualche esercizio o qualche testo per migliorare. Io faccio qualche esercizio per il suono e mi "alleno" un po' con un intonatore, ma al momento di suonare il problema riaffiora.
Grazie per la pazienza!
Saluti
Samuele
postato il 13/12/2007 11.46.36
da Samuele

Caro Samuele,
purtroppo non sono forse la persona più adatta cui chiedere consigli su argomenti tipo: "questa marca sì-questa no"; sia perchè questo rischia di diventare uno spazio "pubblicitario" per qualcuno e contro qualcun altro (cosa che non desidero), sia perchè, lo amnmetto, non sono poi così ferrato in materia! Sono "sposato" da 17 anni con lo stesso strumento (Brannen 14 kt con testata Faulisi), e davvero non sono poi così informato sugli strumenti.
Chiedimi, chiedetemi piuttosto qualcosa su come...ci si soffia dentro. Non sarò forse molto più ferrato, ma per lo meno lo faccio da 33 anni, e ne parlo più volentieri!
Un caro saluto
postato il 10/12/2007 23.39.04
da GP

Salve,
ho letto numerosi commenti di persone che le chiedono consigli, per cui avevo intenzione di chiedergliene uno personalmente.
tra meno di sei mesi dovrei acquistare un nuovo fauto, ma come tutti sono un po' indeciso, perciò volevo sentire un po' il suo parere.
Il flauto che avevo intenzione di acquistare è uno Yamaha 674: testata, corpo e trombino in argento e finiture argentate.
siccome il mio budget non è molto elevato (circa 2500€) mi chiedevo se ne valeva la pena.
grazie in anticipo.
Samuele
postato il 29/11/2007 17.12.44
da Samuele

salve a tutti,secondo me un buon strumento aiuta,ma siamo noi a decidere come e che suono vogliamo.è come un prolungamento del nostro corpo.a volte faccio qualche nota con il mio primo flauto uno "yahmachino"da studio,argentato,mi diverto da matti a suonarlo.uno spasso!
postato il 11/11/2007 0.43.37
da mauro

Caro Mario,
temo di non essere del tutto d'accordo sul fatto che un flauto debba essere pronto in tutte le ottave; dal mio punto di vista è la nostra tecnica di emissione che dev'esserlo. Cioè dobbiamo costruirci un' "ancia" (la muscolatura labiale) e un mantice interno (diaframma e gola) che formulino la giusta emissione per ogni suono che dobbiamo emettere, prefigurandoselo perfettamente prima ancora di emetterlo. La cosa più importante è che lo strumento non ostacoli questo processo, cioè che sia più una lavagna neutra e pulita su cui scrivere, anzichè una già scritta e colorata, magari di colori che non sono esattamente quelli scelti da noi.
A mio parere un flauto deve soprattutto avere una costruzione accurata nella scala dell'intonazione e nell'omogeneità del materiale, una buona meccanica e una buona voce di "base"; che però dev'essere solo una piattaforma sulla quale noi mettiamo tutti gli ingredienti giusti per costruire il nostro suono personale.
Sono d'accordo invece sul fatto che non bisogna essere troppo influenzati dalla marca, anche se ci si può formare un'idea di quali siano gli strumenti che assecondano un po' di più la nostra direzione di suono e la nostra ricerca.
Io appartengo a quei flautisti che sanno a malapena dividere il flauto in tre parti, ciò nonostante ho appena compiuto ahimè i 26 anni di professione; sicuramente però non mi sono mai risparmiato nel pretendere da me stesso tutta quell'accuratezza tecnica che molti, a mio parere, cercano un po' troppo dal tubo in sé. Il tubo è solo materia, e dev'essere buona materia. Ma il suono lo costruiamo noi, e questo è il bello del nostro mestiere.
Francamente, la cosa più bella che ci può capitare è che riconoscano il nostro suono senza vederci, non certo che si chiedano che strumento suoniamo.
Parliamone ancora, se vi va, mi farebbe piacere avere altri pareri!
Buono studio
postato il 01/11/2007 21.53.09
da GP

Salve Maestro,
Ho un flauto Pearl argento 970. Avrei dovuto cambiare flauto qualche mese fa...passare a qualcosa in più, prima di prendere un flauto in oro. Il mio insegnante mi aveva proposto un Powell, ma un altro mio insegnante me lo ha categoricamente sconsigliato, dicendomi che se avessi dovuto cambiare flauto avrei dovuto prendere un Muramatsu o un Brannen.
A questo punto, ero molto confuso, quindi ho lasciato perdere tutto...
Sinceramente ho provato diversi Muramatsu e Brannen che mi sembrano fantastici nelle prime due ottave, piene, compatte e definite ma che perdono sulla terza ottava, dove i suoni non sono "pronti".. Forse si tratterà anche di abitudine, ma credo che un flauto debba essere pronto in qualsiasi ottava. In più credo che la scelta dello strumento non debba essere influenzata "assolutamente" dalla marca! Non accetto che qualcuno dica : " compro questo flauto perchè è un Muramatsu o che so io..." Se prendiamo 10 flauti della stesa marca, dello stesso modello, avranno tutti un suono diverso... un flauto bisogna considerarlo anche nella parte meccanica, la maggior parte dei flautisti sà si e no smontare il flauto in 3 parti..
Insomma penso che scegliere un flauto non è facile come sembra e non bisogna considerare solo le caratteristiche sonore!
Vorrei sapere cosa pensa di tutto ciò e soprattutto se le considerazioni che ho fatto sono giuste o meno.
Infine alcuni flautisti famosi sono abituati alle sonorità del proprio flauto ( flauti che di certo non si trovano in commercio!), e pretendono quasi di cercarle negli altri..
Spero un giorno di avere la possibilità di conoscerla e di studiare con lei.
Distini saluti,
Mario Notaristefano
postato il 30/10/2007 13.34.49
da Mario Notaristefano

Caro Mauro,
sapere, o almeno cercare di sapere un po' di più di quello che ci circonda, è una necessità che ogni musicista, meglio, ogni artista, dovrebbe sentire in maniera impellente. E non c'è limite all'arricchimento e all'approfondimento di ogni aspetto collegato al fare musica; non solo non c'è limite: non c'è scelta.
Se poi alcuni si comportano come macchinette spara-nozioni, bhe, questo è un problema loro..
postato il 12/10/2007 8.06.58
da GP

salve a tutti!quest'anno ho conosciuto e studiato un po di storia con un musicologo.entrando nell'ambiente ho notato un loro attegiamento scettico o comunque per essere chiaro non è che ci apprezzano più di tanto a noi musicisti,strumentisti ecc.in realtà,ascoltando una conferenza spiegano il perchè di questa spietatezza.in parte condivido,ma dall'altra credo che conoscere la storia specie quella della prassi esecutiva,il perchè e come cambia dal medioevo ad oggi sia fondamentale per un esecutore,ma credo anche che esistono delle competenze "proprie"che riguardano il mestiere che comunque dovrebbe essere diverso.un esempio che magari è tanto banale,ma è solo per capirci...importa a qualcuno di noi flautisti se un flautista di chiara fama internazionale non sa perchè Lully muore di cancrena alla gamba destra? ...che ne pensate?
postato il 26/09/2007 12.24.36
da mauro

Caro Maestro,
grazie per la risposta! Confesso di essere rimasto stupito, però, perché dalle fotografie (purtroppo, non ho mai avuto occasione di poterla vedere "in azione" a distanza ravvicinata!) avrei detto che poggiasse lo strumento sul pollice. O, forse, si tratta di una posizione a metà strada?
È proprio vero che un nuovo acquisto porta nuova voglia di studiare! Anche perché, adesso, _devo_ giustificare la spesa alla voce della coscienza...
Grazie ancora per tutto!!!
postato il 03/09/2007 1.19.00
da Luca Rossetto Casel

Ps
Complimenti a Luca per il suo acquisto.
Un flauto nuovo, a parte i pianti iniziali, vale sempre la pena, perchè spesso mette più voglia di studiare.
Allora forza, soffiamo in questo tubo!
postato il 02/09/2007 22.39.33
da GP

Carissimi frequentatori del mio, anzi ormai "nostro" Blog,
vi ringrazio innanzi tutto dell'assiduità, e mi scuso di essere stato a lungo assente. Prima di tutto per delle lunghe vacanze, secondariamente perchè ho dovuto far "bonificare" il Sito da continue e fastidiosissime incursioni di hackers che riempivano di Spam il Blog stesso. Spero che ora tutto sia a posto.
Veniamo a noi: ammetto la mia crassa ignoranza circa il fatto che il metodo del "pollice-che-spinge-anzichè-sostenere" si chiamasse Rockstro, e vi ringrazio di avermelo insegnato.
Io ne sono un grande sostenitore, perchè a mio modesto parere è molto meglio che il pollice destro contribuisca a mantenere in equilibrio lo strumento (spingendo in avanti), facendo sì che le dita "piovano" sulla tastiera in maniera più rilassata e libera, anzichè sostenere lo strumento con una spinta dal basso verso l'alto. Luca obietta che così si costringe il labbro inferiore a essere meno mobile, ma per il mio tipo di tecnica d'imboccatura la mobilità dev'essere delegata alla mandibola e al labbro superiore, non a quello inferiore. Inoltre il senso di stabilità che la spinta pollice destro-labbro inferiore contribuisce a creare, a mio parere è una delle garanzie principali di sicurezza nella tecnica trascendentale. Il grande pericolo di usare il pollice di "spinta" sta anche in un conseguente involontario inarcamento delle spalle (specie la destra) che, come ben sapete, è meglio siano più basse possibile per una corretta respirazione (canto lirico docet!).
Comunque è vero che la conformazione di ognuno fa sì che esistano delle sfumature in tutto ciò.
Ma parliamone ancora, se vi fa piacere!
postato il 02/09/2007 21.58.54
da GP

Come ho già scritto nel (purtroppo) solito "fiume", sono d'accordo con Fabrizio. Ancora una cosa: proviamo a stilare un elenco dei grandi flautisti aderenti all'una o all'altra scuola? Sarebbe interessante.
postato il 27/08/2007 17.49.41
da Luca Rossetto Casel

[segue] Si parla poco pure dei vantaggi dell'"altro" sistema, quello col pollice sotto al tubo. Intanto, direi che esso permetta una maggiore libertà di movimento, sia per l'imboccatura sia per lo strumento stesso; inoltre, contrariamente ai sostenitori del metodo Rockstro, io credo che la tecnica della mano destra possa trarre vantaggio, in termini di controllo, dal fatto che il movimento digitale "punti" contro il pollice, in maniera analoga a quanto accade, per esempio, con una chitarra.
Ecco, per dirla tutta, sono del parere che tutto quell'entusiasmo per il sistema Rockstro sia un po' "pompato"... O sono di parte?
Grazie per i commenti!!!
postato il 27/08/2007 16.41.59
da Luca Rossetto Casel

[segue]A parte il fatto che, secondo me, ciò che riguarda postura e impugnatura vada regolato in primo luogo sulle caratteristiche individuali di ognuno - nei primi anni di studio, ho avuto a "subire" una re-impostazione perfetta alla luce dei dettami della didattica d'avanguardia di allora, ma terribile in relazione al _mio_ corpo -, e che il metodo Rockstro possa essere più indicato per chi abbia le dita più lunghe, trovo che quello di cui si parla poco sia, invece, che anche tali sistemi presentino i loro svantaggi. Per esempio, la maggiore pressione esercitata sul labbro inferiore ne può limitare la mobilità; il posizionamento del pollice e il tipo di lavoro cui questo è sottoposto risultano, secondo me, piuttosto innaturali, creando una certa tensione.
[continua]
postato il 27/08/2007 16.13.09
da Luca Rossetto Casel

Anche io, ho sentito parlare di questa storia della posizione della mano. Io sono perfettamente ignorante sull'argomento, però credo che la questione non sia da incentrare su come tenere la mano, ma cercare la posizione in cui la mia mano funzioni meglio. Il discorso diventa squisitamente personale: devo far lavorare le mani nella max. rilassatezza possibile, senza tensioni, poi, se la mia mano sta con il pollice sotto o di fianco al tubo, è solo una conseguenza naturale. Ciò che è comodo per me, può non esserlo per un altro, e così via. Anche Il grande Horowitz teneva le mani sulla tastiera in modo poco ortodosso, però le sonorità che otteneva... un saluto tutti.
postato il 27/08/2007 16.11.02
da gennaro fabrizio

Oggi si propugnano da più parti i metodi, di scuola anglosassone, per reggere il flauto basati sui precetti di Rockstro: quelli, per farla breve, secondo i quali il pollice non è posto sotto al tubo, bensì vi punta lateralmente, in modo da produrre - insieme al mento - una spinta opposta a quella della mano sinistra. Insomma, spero di essermi spiegato...
Comunque: si fa un gran parlare dei benefici risultanti. Per esempio: maggior rilassatezza della mano destra, maggiore stabilità dello strumento, ecc.
Io, che sono di "vecchia" scuola (ma perché, poi, "vecchio" dev'essere per forza anche "obsoleto"?) devo dire, però, di avere un po' di riserve... [segue]
postato il 27/08/2007 15.45.29
da Luca Rossetto Casel

[segue] Però sono contentissimo: è proprio il tipo di strumento che ho sempre cercato, e, credo, il più adatto, "calzante" per me, il mio modo di suonare.
Lieti annunci a parte, sarei curioso di conoscere i pareri del M° Pretto e dei partecipanti del blog su una questione che mi incuriosisce. Mi spiego più giù...
postato il 27/08/2007 15.27.45
da Luca Rossetto Casel

Torno a imperversare, salve a tutti!
Per prima cosa, un... lieto annuncio: il mese scorso ho dato fondo ai miei fondi (pardon) e sono, finalmente!, diventato il felice possessore di un tubo nuovo di zecca. Alla fine, complice il prezzo "quasi umano", ho comprato un bel corpo Sankyo, con discendenza al si, da abbinare alla testata Faulisi acquistata l'anno scorso...
Quando l'ho visto, tutto scintillante nella sua custodia, mi stavo per mettere a piangere; quando l'ho provato, stavo davvero per mettermi a piangere. Quando l'ho pagato, mi sono messo a piangere.
Già: il prezzo è dei meno esosi, ma è pur sempre mica da ridere (appunto)! Con tanti saluti ai risparmi di anni!!!
[continua]
postato il 27/08/2007 15.18.42
da Luca Rossetto Casel

Buongiorno.
Volevo qualche informazione sulla sonata BWV 1013 di Bach.Ho notato che alcuni interpreti alterano alcune note. Per es. la terzultima nota della 17a battuta che normalmente è notato come fa#, spesso è eseguito fa naturale ( Pahud), così vale per la sestultima battuta dove il si nat terzultima nota diventa bemolle. Per non parlare della ripresa, dopo il ritornello, quando si riprende il tema esposto in mi min. dove il mi basso del disegno melodico spesso è eseguito fa#. Quale è l'origine di queste piccole variazioni. Quale è la versione originale? Chi dice la verità?
Grazie, un saluto a tutti.
postato il 22/08/2007 9.27.49
da gannaro fabrizio

Prova tecnica
postato il 13/08/2007 14.58.19
da GP

Sì, indubbiamente la tecnica è in funzione della musica, nel senso che maggiore è il mio bagaglio tecnico e migliore sarà la mia capacità di esprimermi. Nessuno intende scindere le due cose: Immaginiamoci un violinista che si appresta a d eseguire un capriccio di Paganini, o il già citato concerto di Rodrigo per flauto. Oppure anche nel mondo del Jazz dove il virtuosismo di J. Coltrane non era esibizionismo, ma l'espressione del suo complesso pensiero musicale. Il vero virtuosismo, la vera tecnica, è la capacità di far emergere la bellezza del brano che si sta interpretando, lo strumento è solo un tramite, che comunque va dominato.
postato il 27/05/2007 9.37.45
da gannaro fabrizio

Cari giovani colleghi, scusate la mia lunga assenza dal blog.
Sono stato molto impegnato ultimamente, per alcuni concerti molto diversi tra loro, tra cui una cosa piuttosto impegnativa (e mi ricollego al vostro argomentare sulla tecnica): ho suonato un paio di volte, dopo 6 mesi di studio molto intenso, il Concerto di Rodrigo, che come ben sapete è un po’ un marchio a fuoco per ogni flautista, ed è stata una grande appassionante avventura.
Butto lì, come avete già fatto voi, alcune riflessioni.
Innanzi tutto: Gazzelloni. Nell’ultimissimo periodo forse non se ne è parlato effettivamente molto; ma io appartengo a una generazione, quella dei flautisti quarantenni, durante la cui infanzia e giovinezza se ne è parlato tanto, tantissimo; e forse può giovare, di tanto in tanto, una pausa di riflessione su argomenti, accadimenti, processi e persone molto rilevanti, quale lui indubbiamente è stato.
L’argomento meriterebbe sicuramente ben più ampio spazio di quello che normalmente mi concedo su questo blog; nondimeno tento di sintetizzare in poche righe ciò che penso, che costituisce un’opinione totalmente personale e ovviamente non necessariamente condivisibile: Gazzelloni è stato un rivoluzionario più per il personaggio che ha rappresentato che per il flautismo che ha portato avanti.
Si è collocato in un’epoca in cui un modo diverso, più attento a una maggiore completezza della strumentalità, era già stato sviluppato da importanti quasi-coetanei, come Rampal e Nicolet, solo per fare due nomi; Galway, che nasce nel ’38, appartiene a una generazione successiva a quella di Gazzelloni, ma che lui avrebbe comunque dovuto o potuto contemplare, in ogni caso, per completezza di aggiornamento.
Egli si preoccupa relativamente del continuo studio e perfezionamento di un flautismo molto appariscente e a tratti funzionale, ma nato già con alcune preoccupanti “zone d’ombra” frutto di un limite mai ristrutturato da una certa scuola italiana; e si occupa invece molto di far accettare il flauto come strumento solista, come promotore di nuove composizioni, come strumento di dialogo con la cultura contemporanea. E in questo, a mio avviso, sta la sua eredità positiva, più che nel suo flautismo o nella concretezza dei suoi risultati strumentali.
E qui veniamo al discorso falsamente dicotomico tecnica-musica.
Chissà perché noi italiani siamo malati di dualismi, spesso contenitori un po’ rozzi e inadeguati di realtà assai più complesse.
La tecnica e la musica non sono affatto due realtà contrapposte, e mi sembra, con tutto il rispetto, un po’ ingenuo delineare un’ipotetica e forzosa opposizione tra le due cose. In greco “teknè” è l’arte, e l’arte di far musica in senso ampio presuppone, come tutte le arti, di un grande lavoro di artigianato, di ore mesi anni passati curvi sul desco del ciabattino, come si suol dire. Non esiste alcuna concreta possibilità di fare musica ad alto livello senza un grandissimo controllo sulla “materia” sonora, nella sua concezione però più ampia; cominciando dalla cosa più importante, cioè un VERO controllo della respirazione, continuando per la costruzione di una sonorità varia e personale, di una voce omogenea, dello sprezzo per il limite digitale, dell’aggiramento di ogni paletto che ci separa dalla musica, ovvero dalla sua estrinsecazione sonora e che spesso è costituito da cose anche banali, uguaglianza di staccato, regolarità di produzione degli armonici, intonazione espressiva e “armonica” (cioè pensata anche vertricalmente e non solo come successione di intervalli lineari), continuità di flusso, colore di tessitura e via nei mille rivoli del VERO controllo.
Cezanne è stato un grande anche perché ha saputo creare il suo disegno, il suo colore, la sua pennellata; mica solo perché aveva grandi idee metafische sulla costruzione di un dipinto. E si è sporcato le mani con la cosiddetta “tecnica”senza risparmiarsi mai. Poi è diventato Cezanne.
Ma noi siamo fatti così: Coppi-Bartali, Callas-Tebaldi, Berlusconi-Prodi, e così via duettando fino al falso “tecnica-musica”.
Certo, esiste una “falsa” tecnica, che da sola non dice nulla; ed è falsa nella misura in cui è limitata e non completa: voi fate l’esempio del “suono della Madonna” (ma non siate vi prego così razzisti nei confronti di noi..flautisti nordici!), ed è un buon esempio: il s.d.M. non è nulla, se non è ANCHE perfettamente intonato, se non possiede ANCHE colori di grande varietà, se non viene portato ANCHE con grande omogeneità in tutta la tessitura ecc. NON è sufficiente da solo per fare musica, questo è sicuro. Ma prima di vantarsi di poter “fare musica” bisogna saper manovrare la materia con un controllo ENORME!
E, aggiungo, con l’umiltà di sapere che la qualità di questo controllo è SEMPRE migliorabile. E molto.
A mio parere negli ultimi 15 anni tra i flautisti professionali è migliorato enormemente questo controllo globale, del fare grande musica attraverso la grande tecnica; anche perché a mio avviso, oltre a un certo livello (avete citato voi Pollini ed è uno) tecnica e musica sono la stessa cosa. Volete qualche esempio?
Pahud, Zoon, Bernold, Beynon..
Ci sono anche molti italiani, ma non ne faccio i nomi per evitare le solite polemiche italiote sugli eventuali esclusi..
Credetemi, non c’è nulla da rimpiangere nel passato, c’è da studiarlo semmai con rispetto e interesse; anche solo per capire che cose straordinarie potessero fare persone che disponevano di molte meno informazioni di noi, e di qualche decina di anni in meno di esperienza strumentale mondiale, di contatti tra musicisti, di scambio di esperienze, di revisione storico-stilistiche delle prassi esecutivi, ecc.
Parliamone ancora, se volete
postato il 21/05/2007 22.08.15
da GP

Magari ci saranno tantissimi flautisti che hanno il suono della madonna, evidentemente ci deve essere qualcosa che fa la differenza.
Penso che uno di questi è l'aspetto culturale.
Poi. molto spesso, e anche in questo blog, ci si concentra un pò troppo, secondo me sul discorso strumento, come se bastasse un buon flauto per essere ottimi musicisti.
Non mi sembra che tutti i pianisti che suonano su uno steinway suonano come Horowitz o Cortot. Forse ci dovremmo concentrare più su noi stessi, sulla nostra competenza, sulla nostra cultura personale, poi lo strumento buono, prima o poi lo si trova.
postato il 18/05/2007 21.44.03
da gennaro fabrizio

assolutamente condivido.ci si preoccupa di avere sempre un suono "della Madonna"dicono al nord...la musica? si suona bach o jolivet...la stessa cosa.
postato il 18/05/2007 15.14.06
da mauro

...anche se il confine che delimita il flautista dal musicista non si capisce bene dove si possa collocare. Personalmente preferisco musicisti come , per es. Pollini che ,oltre a conoscere il proprio strumento, culturalmente non hanno limiti. Oggi forse il giovane strumentista è tutto preso dall'aspetto tecnico, perchè già sa che dorvà competere con gli altri nei vari concorsi, privileggiando così, per forza di cose, la prestazione atletica della musica, a scapito di quella espressiva, o altro che dir si voglia. Non credi, Mauro?
postato il 16/05/2007 21.34.12
da gennaro fabrizio

vorrei precisare dicendo che ovviamente mi riferisco al tipo di preparazione culturale che si proietta verso lo studio "tecnico"del flauto a discapito della prassi esecutiva.è chiaro che i più significativi flautisti italiani di oggi ne tengono conto di quanto detto(GP).chiudo scusandomi se ho causato qualche frainteso.un abbraccio a tutti.mauro.
postato il 12/05/2007 17.52.32
da mauro

ciao fabrizio.condivido il tuo pensiero.sembra quasi che gazzelloni e comunque anche altre personalità come:tassinari,clerici,de lorenzo ecc.non siano mai esistiti.forse tutto ciò è piena testimonianza del cambiamento radicale tra la vecchia e la nuova scuola del flauto in italia.personalmente so che fossero più musicisti che flautisti.il contrario di oggi insomma.
postato il 12/05/2007 17.03.11
da mauro

Caro GP, ci sarei curioso di conoscere il tuo pensiero su Severino Gazzelloni, e l'importanza che ha avuto per ilflauto. Non credi che oggi se ne parli troppo poco,
postato il 06/05/2007 18.59.05
da gennaro fabrizio

Grazie Maestro e grazie Mauro per le vostre risposte!
postato il 25/04/2007 10.19.35
da stella malamani

salve a tutti,per sentito dire so che in platino ne ha uno galway.e credo che solo lui può averlo.considerando il costo......
postato il 20/04/2007 13.47.44
da mauro

Ahimè, temo di non pensarne assolutamente nulla, non l'ho mai provato...
Forse c'è qualcuno che passa di qui che ne sa qualcosa in più..
postato il 20/04/2007 9.18.05
da GP

Gentile Maestro e gentili naviganti, cosa ne pensate dei Mura' in platino?
postato il 18/04/2007 17.07.59
da stella malamani

Ah, meno male, io ho un flauto in argento, tipo SR. Solo che, uso una testata Faulisi in oro 9k. Anche questa, di far vibrare insieme argento e oro, per qualcuno potrà sembrare un obbrobrio, ma lo strumento sembra acquisire, diciamo così, maggiore luminosità, almeno così pare a me... o no?
Fabrizio
postato il 02/04/2007 14.18.49
da gennaro fabrizio

Proprio per la questione prezzo, io suggerivo di acquistare uno strumento in argento, anzichè uno d'oro a 9 kt; costa leggermente meno e ha più rcionoscibilità e completezza. Quanto ai caminetti estrusi o saldati, nella mia esperienza la differenza è sempre molto grande nella qualità del suono, a favore di questi ultimi. Non si tratta di spaccare il capello in quattro, ma di mantenere una certa accuratezza nel procedere a fare dei confronti. Fin qui siamo a dei livelli abbastanza facili da riscontrare. Quanto alla meccanica in argento su flauti d'oro, la differenza c'è sicuramente, a mio parere, ma non così determinante da portarmi ad escluderne la scelta, pur preferendo in linea di massima i flauti a materiale unico.
postato il 02/04/2007 8.01.09
da GP

Indubbiamente la questione dei flauti in oro 9k riveste un compromesso con il prezzo: un flauto 14k non sempre è accessibile a tutti, anche se quello è il " flauto d'oro" e non quello a 9k. Non mi risulta che ci siano artisti a grandi livelli che usino flauti in oro 9k. Addirittura c'è chi sostiene che un flauto con corpo in oro ( 9k opp. 14k) suoni diversamente, a seconda che abbia la meccanica in oro o in argento: ma non è che stiamo spaccando il capello in quattro?
Più interessante mi sembra la questione dei caminetti estrusi o saldati (SR). Se, cioè, la differenza di costruzione sia più o meno riscontrabile,suonando,o se non stiamo, in realtà, spaccando il capello in quattro, un altra volta. C'è qualcuno che a esperienze in merito?
Fabrizio
Grazie
postato il 30/03/2007 14.58.50
da gennaro fabrizio

Gentile Alessandro,
devo ammettere che non ho mai nutrito una grande simpatia nei confronti degli strumenti a 9 kt, nè, per la verità, per quelli a 18 o più carati; gli uni mi sembrano un po' "annacquati" nella pasta di suono, gli altri troppo spessi e scuri. Sono affezionato al 14 kt, forse perchè lo suono da sempre, ma anche perchè secondo me ha un colore di suono piuttosto unico; il timbro di un buon flauto d'argento, anzi di un ottimo flauto d'argento, equivale in qualità assoluta, a mio parere, a quello di un flauto d'oro, cambia solo la "nota" caratteristica: più squillante, cristallino e "liquido" il suono dell'argento, più pastoso timbrato e "vocale" quello d'oro. Ma è solo una questione di gusti, a mio parere. Comunque tra un 9 kt e un argento io scegierei l'argento. A pato di trovare uno strumento d'argento costruito con la stessa cura riservata di norma ad uno d'oro, e questa è l'unica cosqa un po' ardua: infatti i flauti d'argento sono a volte meno convincenti di quelli d'oro più che altro perchè i costruttori ci guadagnano meno, e riservano loro meno cura. Questa, almeno, è la mia opinione.
postato il 27/03/2007 8.30.40
da GP

Egr Maestro,
mi chiamo Alessandro Barbieri e sono un flautista di Genova, diplomato come privatista sotto la guida del maestro Alberto Boschi.
Attualmente posseggo un flauto MURAMATSU DN tastiera aperta discendente al do, e vorrei cambiarlo con un altro strumento di migliore qualità. Il dubbio è se scegliere un flauto in argento di costruzione tipo SR (non necessariamente MURAMATSU), o un flauto 9K. La mia impressione è che l'argento offra più incisività e proiezione sonora a discapito di morbidezza e qualità timbrica; viceversa il 9K pecca un poco di "leggerezza". Mi piacerebbe avere una sua opinione in merito.
La ringrazio per la pazienza e per gli sproloqui qui sopra riportati
postato il 20/03/2007 11.32.27
da Barbieri Alessandro

Caro Fabio,
validissima la metafore di nuotatore e alpinista!
E' proprio come dici tu!
In orchestra si passa la massima parte del tempo a suonare in tessiture medio acute o acutissime, spesso dal mp in giù, quando non pp (la difficoltà atroce dei finali delle sinfonie classico-romantiche, col flauto ssempre impiccato nelle acute a sfumare l'accordo coronato, fungendo da precaria ciliegina sulla torta!), per di più in tonalità spesso scomodissime.
Tutto ciò andrebbe imparato per tempo, come tu dici; ma non è mai troppo tardi, e soprattutto va poi mantenuto; sono 26 anni che sono entrato in professione ma le scale e gli arpeggi, e le note lunghe, e lo studio dell'emissione sugli armonici, li faccio tuttora. E se non li faccio, vi assicuro che si sente.
Buono studio
postato il 14/03/2007 9.29.43
da GP

grazie maestro.ogni suo intervento si trasforma in "punture"di positività e voglia di studiare.crescere e guardare avanti.parte degli studi sul suono di cui ha detto, da qualche anno già ce lo come scaletta di "studi quotidiani",adesso però "confermati"da lei , per me assumeranno ancora più inportanza,ma anche fierezza per aver scelto un insegnante che da consigli con coscienza.grazie ancora.
postato il 13/03/2007 9.49.30
da mauro

Ringrazio tutti i partecipanti al BLOG per le utili precisazioni e contributi riguardo al tema Scale, ma più in generale studio della tecnica.
E’ materia che andrebbe trattata con ampio spazio di tempo, con esempi, suonando e berciando!
Ma, per lo spazio limitato che può fornire un blog, mi limito a segnalare qualche pensiero a riguardo.
-Le scale sono uno, e soltanto uno, degli aspetti FONDAMENTALI della tecnica giornaliera; questo in qulasiasi strumento, tanto più nel flauto, per il quale l’agilità è elemento costitutivo del proprio carattere musicale, negli interventi orchestrali quanto in quelli solistici.
-Le scale vanno studiate sia per un motivo di uguaglianza e agilità di dita; sia per adeguare (cosa ancora più importante) la tecnica “esterna” a quella “interna” (ovverossia far sì che il movimento digitale sia sostenuto, animato in ogni momento da un’emissione controllata); sia per acquisire una digitalità, per così dire, “enarmonica”: col passare del tempo e dello studio, per noi solb magg. deve diventare come fa# magg, e suonare un qualsiasi passaggio in qualsiasi tonalità per noi (elaborando un’attitudine naturale al trasporto, almeno ad orecchio) dev’essere cosa acquisita e banale.
-Le scale possono essere certamente studiate con ogni tipo di articolazione, e va bene, ma se suonate legate massimizzando il controllo della respirazione e dell’emissione hanno una particolare utilità; si studia il suono e la tecnica digitale saldandole definitivamente l’una dentro l’altro
- L’unico libro completo, cui ricorro a tutt’oggi, di tecnica digitale, pur potendo essere, e ben venga, integrato da quanti altri possibile, è “Gli studi Giornalieri” di Moyse, quello suddiviso in lettere. Metronomo!, assolutamente, e grande pazienza.
Alcune lettere di questo Moyse, tra l’altro, insegnano tantissimo sulla necessità di mantenere flessibilità di imboccatura nei salti.
-Il grande problema del flauto, però, a mio parere, risolto il quale si è risolto molto, non è costituito tanto dalle scale, peraltro necessarie come l’aria che respiriamo, ma dagli ARPEGGI!! I flautisti NON studiano mai gli arpeggi, o almeno non in maniera scientifica, perché costano troppa fatica, sottoponendo a un vaglio impietoso la nostra capacità di mantenere sonorità e omogeneità nel passaggio di registri. STUDIATE GLI ARPEGGI, IN TUTTE LE TONALITA’!!!! Un conto è andare, per quanto sia magari in tonalità impervie, per grado congiunto; un altro è proseguire per salti più ampi, come avviene nell’arpeggio.
-STUDIATE TANTO, oltre alle scale, LE NOTE ACUTE; vi sembrerà sicuramente di farlo; ma in realtà non lo fate. Dovete stare ore, in una certa fase di apprendimento, dal sol acuto in su, e creare sequenze di quartine in ogni tonalità, legando lentamente, per rinforzare respirazione, pressione e imboccatura, preferibilmente in sonorità verso il mp e tenendo il foro labiale più aperto possibile. Un flautista medio passa l’80%, purtroppo, a suonare le note facili, cioè quelle delle prime due ottave.
Ne parleremo ancora, se vorrete
postato il 13/03/2007 8.42.42
da GP

salve a tutti,è sicuramente molto interessante parlare di scale,questo mondo di scale che ai primi anni di studi sono tormentosi,noiosi, e si fanno solo perchè l'insegnante quasi impone all'allievo di portare una scala magg.per volta a lezione con le rispettive relative min...ma mai e dico mai l'allievo sa o è a conoscenza sul perchè li deve studiare,diventa quasi un "baratto",tu vieni a lezione ma devi sapere le scale.è invece credo che bisogna studiarli con coscenza ogni giorno,che siano del moys,di galway,taffanel e gaubert,ma anche del galli ecc,per quanto riguarda il metodo "Galway"secondo me quelle scale vanno bene per chi ha una certa maturità specie nella prima ottava.sono scale per "modellare"quasi un timbro che magari si sta pensando in quel momento.per chi ha difficoltà a volte di "centrare"la prima ottava (ovvero dal mi a scendere fino al do)temo che con le scale galway il suono rischia di perdersi.è solo un mio pensiero,magari ho scritto solo bestialità,però è giusto partecipare...o no?saluti a tutti...
postato il 09/03/2007 13.47.32
da mauro

...bellissimo ma , perchè quando si fanno le scale si parte sempre dalla tonica? E se si parte dal secondo o quarto o sesto grado? forse ci si abitua strane sonorità...
postato il 07/03/2007 20.43.24
da gennaro fabrizio

[segue e finisce, finalmente!] Questo è quanto, sebbene tagliato con l'accetta. Inorridisco alla vista di quanto spazio ho inquinato sul blog!
Mi piacerebbe, però, conoscere l'opinione del M° Pretto e di tutti voi su quest'ultimo delirio digitale. Grazie!
postato il 07/03/2007 17.50.35
da Luca Rossetto Casel

[segue] Facendo mia l'esortazione di Auréle Nicolet secondo la quale nello studio la deformazione costituisce uno strumento di studio fondamentale, mi appoggio molto sul suono di partenza, tenendolo lungo (come una corona): ciò contribuisce a rendere più omogenei e distesi i successivi movimenti delle dita, anche quelli più a rischio di squilibrio, e, ancora una volta, a focalizzare il suono.
Mi appoggio pure sui suoni estremi, acuto e grave, per lo stesso motivo. Mi pare che in questo modo, al momento di suonare in modo "normale" la tecnica si avvantaggi di un maggior equilibrio.
Dopo aver eseguito la scala legata, forte e piano, nel modo che ho descritto, passo a quelle che il mio Maestro definisce le "sette sorelle": i sette tipi di articolazioni che comprendono 1) legature a quartine, 2) staccato semplice e 3) doppio, 4) due note legate e due staccate, ancora col doppio - particolarmente utile, trovo, per concentrarsi sui singoli passaggi -, 5) quartine di tre note legate e una staccata e con 6) prima nota staccata e tre legate, 7) ritmo puntato lunga-breve, concentrando il più possibile dalla nota corta, eseguita come un'acciaccatura o quasi, a quella successiva.
Poi, scala per terze in ritmo puntato.
[continua]
postato il 07/03/2007 17.47.18
da Luca Rossetto Casel

[segue] Ci sarebbe molto da dire sul "Galway in Rete". Per quel che mie riguarda, vorrei semplicemente presentarvi il "mio" approccio alle scale, e conoscere le vostre opinioni a proposito.
Per quanto riguarda la materia prima: si tratta di scale di tre ottave, tra il do della prima al si della della terza. In parole povere, le scale di Moyse. Io, però, seguendo (in parte) alcune indicazioni scritte dal "solito" Galway alcuni anni fa, non parto dalla tonica grave, ma da quella della seconda ottava: in modo da iniziare su un suono più pronto e definito, e mantenendo tali caratteristiche anche su quelli seguenti. Per lo stesso motivo, prima salgo e poi scendo, per risalire infine alla nota di partenza - mi pare che in questo modo si riesca a costruire meglio il suono, arrotondandolo sia nell'acuto sia nel grave, evitando di schiacciarlo, rinforzando la prima ottava.
[continua]
postato il 07/03/2007 17.23.04
da Luca Rossetto Casel

Vorrei tornare, ancora una volta, su una questione che - il M° Pretto e i frequentatori del blog, purtroppo, lo sanno bene! - mi sta particolarmente a cuore: la tecnica giornaliera. E, in particolare, l'esecuzione delle scale, che a mio avviso possono davvero costituire un esercizio "concentrato", attraverso il quale studiare e affinare la meccanica digitale e il suo sistema di equilibri, certo; ma anche le tecniche di produzione e controllo del suono, oltre che, naturalemtne, la respirazione.
Mi colpisce pure il fatto che, in Rete, si spendano tante parole ed esemplificazioni (in video e in audio) sulle scale: quasi un fenomeno mediatico, partito dalla figura carismatica di James Galway e dalle sue "lezioni on line", recentemente approdate a YouTube.
(continua)
postato il 07/03/2007 16.51.48
da Luca Rossetto Casel

Che dire? Grazie!!!
A proposito di Jolivet, vorrei segnalare anche un altro disco, recentissimo, che ho avuto modo di recensire per il numero di _Musica_ in edicola ora, a marzo: Eline van Esch ne è la protagonista, Et'Cetera l'etichetta. Personalmente lo ho trovato emozionante, pur preferendo quello, intensissimo, di Mario Caroli. D'altra parte, le rispettive visioni appaiono assai differenti: la musica magica, "religiosa" di Jolivet prende vita e anima dal suono stesso, organicamente concepito, per quest'ultimo; dal carattere gestuale della scrittura nel nuovo caso. Per maggiori approfondimenti, purtroppo, devo rimandare alla rivista...
Comunque: a rendere appetibile questo disco è, oltre al fascino di una lettura che, rispetto all'altra, mi pare certo diversa, ma pure, in un certo qual modo, complementare, la possibilità offerta di ascoltare brani di rara frequentazione. Per esempio, la prima versione del _Chant de Linos_, con archi e arpa; o la _Suite en concert_ per flauto e percussioni.
Buona ascolto e (spero) buona lettura!!!
postato il 03/03/2007 0.42.21
da Luca Rossetto Casel

Caro Gennaro,
trovo molto belllo che un giovane flautista si dedichi allo studio di questi brani straordinari. Vorrei dare delle risposte, ma preferisco mettere a conoscenza di tutti un riferimento a colui che, ritengo, sia attualmente, ben più di me, il più grande interprete e profondo conoscitore di Jolivet, cioè Mario Caroli. Il "nostro" Rossetto Casel ha fatto un'eccellente recensione su "Musica" del settembre 2006 di una straordinaria incisione per Stradivarius di Caroli contenente molti brani di Jolivet, tra cui le Incantations, e che consiglio a tutti di ascoltare.
Oltre tutto puoi contattarlo direttamente sul sito www.mariocaroli.it, sito sul quale potrai anche rivolgergli delle domande tecniche simili a quelle che hai posto a me.
Buon web!
postato il 28/02/2007 10.05.20
da GP

Salve Maestro,
ringraziandola in anticipo per la pazienza e la disponibilità, volevo chiederle qualche ragguaglio tecnico, sperando di non andare troppo oltre lo spirito di questo blog, circa le Incantations di Jolivet, che mi accingerei a studiare.
Nello specifico volevo sapere qualcosa circa alcuni effetti di glissando che sono presenti nella Incantation "B", quelli che precisamente finiscono, per così dire, sul re naturale. Si utilizzano quì delle diteggiature alternative?
Nella versione a cui faccio riferimento, quella di Bernold si ascoltano , sempre nella "B", dei suoni multipli,dove è indicato "Flatterzunge" si tratta, evidentemente, di una sua libera interpretazione ? Andrebbero cioè eseguiti come semplici "frullati" in realtà?
Esite qualcosa , siti Web, o pubblicazioni, utili alla lettura di queste opere?
La ringrazio nuovamente.
Saluti
postato il 26/02/2007 16.22.32
da gennaro fabrizio

Grazie della risposta maestro!!!! pechè quest'anno ne compio 30!!! non sono ancora finito allora!!!ah ah ah!!!! In alto i flauti over 29!!!!!
postato il 25/02/2007 12.49.55
da Alessandro Baldan

Caro Mauro,
sono del parere che il lato più affascinante della nostra vita sia l'apprendimento. E' frustrante, da un lato, perchè, un po' socraticamente, più si impara e meno si ha l'impressione di sapere. Per la musica questo vale all'ennesima potenza. Più studio partiture, autori, modalità compositive, più eseguo repertori diversi, più mi rendo conto che non so veramente un accidente di niente. L'importante è non lasciarsi frustrare troppo da questo senso di inadeguatezza, accettare i propri limiti, accontentarsi di portarli ogni volta un po' più in là, e cercare di godere "subito" del percorso che si sta facendo. Non domani, nè tra un mese, ma SUBITO.
Questo vale anche per quell'aspetto un po' sportivo-atletico che riguarda la "strumentalità", cioè tutto quell'insieme di capacità e abilità acquisite che si dimostra con uno strumento in mano, ancor prima delle problematiche musicali; mi pare fosse qui il senso della domanda.
Se sia cioè possibile migliorare il suono, la tecnica, l'articolazione e così via anche a 29 anni. La mia risposta è: anche a 57! Il punto è considerare spassionatamente qual è il panorama di partenza: verificare con grande onestà e chiarezza quali sono i punti deboli della nostra preparazione psico-fisica suilo strumento; quindi proseguire con una strategia razionale e progressiva per migliorare in ogni aspetto della tecnica.
Certo: ci sono alcuni specifici automatismi fisici che dopo una certa età non scattano più, o con una tale difficoltà che divengono virtualmente impossibili. Ma in genere, secondo la mia esperienza, bisogna accertarsi veramente con grande accuratezza che si tratti, volta per volta, di limiti simili.
Per il resto, migliorare la tecnica e il suono, ognuno al poprio livello, a mio avviso è possibile sempre, a meno che non ci siano impedimenti fisici oggettivi (labbra troppo grosse o inadatte, denti troppo sporgenti, incapacità respiratorie e così via: non tutti hanno un fisico specifico per il flauto, cosa che erroneamente credevo un tempo); il punto è cha la tecnica DEVE DIVENTARE PIACEVOLE.
Studiare il suono dev'essere come farsi una nuotata in piscina o una lunga passeggiata; qualcosa cioè che richiede un coinvolgimento psico-fisico che, ancorchè faticoso, possa diventare abituale e piacevole. Allora funziona. La tecnica "punitiva", fatta con le frustrate auto-inflitte, serve solo per qualche masochistico senso penitenziale.
Buon divertimento, e allora sarà anche un buon lavoro!
postato il 25/02/2007 10.27.35
da GP

salve maestro.volevo un suo parere su un argomento che da qualche tempo mi chiedo:secondo lei,a 29 anni si può ancora lavorare per migliorarsi con il flauto,suono,tecnica ecc...oppure i giochi sono già fatti?
postato il 23/02/2007 16.51.16
da mauro

Ahimè lo stato delle orchestre in Italia non è a mio avviso ad un livello di avanzata, cosciente professionalità, come avviene invece nei principali stati dell'UE, ma perfino nell'est europeo o negli Stati Uniti. L'Iper sindacalizzazione che prese piede negli anni '60 e '70 del secolo scorso ha lasciato una pesante eredità di cattive gestioni troppo prone agli interessi corporativi dei professori d'orchestra, ha tenuto troppo bassi gli stipendi col contentino del posto fisso a vita, e spesso non ha avuto il coraggio di una proposta culturale di ampio respiro, di proporzioni culturali interessanti e competitive sul piano internazionale. Chi sceglie questo mestiere deve garantire la massima qualità e dev'essere pagato di conseguenza, ma deve sapere di essere sottoposto a un attento e continuo esame della sua resa professionale; al contempo chi lo gestisce deve esssere più libero di competere sul piano internazionale amministrando gli aspetti tecnici e artistici dell'orchestra con mano più libera e forte senso di impresa: ma in Italia non mi pare esista una Scuola di alta formazione per manager d'orchestra, che sarebbe molto utile.
Ho avuto modo di suonare con le 4 maggiori orchestre italiane (Rai, Maggio, Scala e Santa Cecilia); sono orchestre che talvolta arrivano anche a un risultato di eccellenza, ma, come spesso succede in Italia, più per caso che per reale costruzione, e comunque con gravi disomogeneità al suo interno. Il livello di queste compagini, più o meno, si equivale: chi è più forte in un settore è più debole in un altro e così via, ma sono in realtà molto simili. Ciò che lascia enormemente a desiderare in tutte e quattro è il livello di disciplina personale, di rispetto per la musica nella sua accezione più alta (per tutta la musica, anche se al momento non viene capita o non piace), di continuità nella resa professionale, di serietà nell'arrivare prontissimi fin dalla prima prova. Non siamo professionali al 100%, non ne siamo capaci, a mio parere proprio per l'eccessiva sicurezza del posto a vita, che fa a pugni con la logica dell'eccellenza che sarebbe necessaria in questo mestiere. Ma non c'è nulla da fare; l'apparente radicalità di certe scelte, che in realtà sarebbero frutto solo di un semplice e spassionato esame dello stato delle cose, in Italia non sarà mai possibile: siamo sempre troppo pronti, con la nostra lunga coda di paglia, a qualsiasi compromesso. Tutti.
Quanto al grandissimo Pollini, ahimè no, non ho mai avuto il privilegio di lavorare con lui, bensì solo quello (che comunque è grande e alla portata di tutti) di ammirarlo nelle sale da concerto. Un esempio, al contrario delle orchestre, di grandezza italica. Ma una persona così in fondo non è italiana o svedese o turca. E' semplicemente Maurizio Pollini.
postato il 23/02/2007 8.44.56
da GP

Grazie GP.
Ti volevo chiedere: come trovi, al momento attuale, la situazione delle orchestre in Italia? Ritieni che ce ne siano abbastanza, e di buona qualità? Quale è la stuazione in altri Paesi, tipo Gran Bretagna, Germania, Francia.
Ho l'impressione che da noi il musicista che si appresta ad intrapredere l'attività orchestrale, sia costretto a manovrare in spazi piuttosto angusti, forse non così è all'estero.
E poi volevo sapere se hai avuto la possibilità di conoscere il Maestro Maurizio pollini. Se puoi darci un tuo ritrattto personale.
Grazie per la pazienza
postato il 21/02/2007 15.32.58
da gennaro fabrizio

caro Gennaro,
la Sonata di Damase, pur non essendo, a mio parere, un grande capolavoro, è comunque uno dei brani più piacevoli, ben scritti e originali della letteratura per flauto e arpa.
Di stile assolutamente "retrò", ma molto piacevole e non banale, dispone di una parte per arpa (più difficile che quella per flauto) di grande soddisfazione e ricchezza di colore; inoltre ha un tema, quello del secondo tempo, così semplice, piacevole, una delle classiche indolenti passeggiatine musicali francesi, che varrebbe la pena suonarla anche solo per questo.
C'è da cantare molto, per il flauto, e vi sono anche un paio di passaggi tecnici non semplicissimi, ma strumentali, nello scherzo.
E' un brano che ho sempre suonato con piacere.
postato il 21/02/2007 9.26.27
da GP

Grazie alla segnalazione di Andrea Dindo, andate a sentire questo tizio cosa combina..Il Bobby Mc Ferrin del flauto??
http://glumbert.com/media/marioflute
postato il 21/02/2007 9.19.51
da GP

Qualcuno conosce la sonata per flauto e arpa di Jean Michael Damase? Potete darmi un giudizio su quest'opera?
Grazie
postato il 16/02/2007 17.32.54
da gennaro fabrizio

Carissimi,
chiedendo scusa per la becera autopromozione, vorrei segnalarvi una serie di articoli attualmente in corso di pubblicazione su _Syrinx_ (la rivista), nei quali cerco di offrire una mia analisi della musica per flauto di Debussy e del suo ruolo nella storia estetica dello strumento. Il pezzo uscito sull'ultimo numero riguarda proprio Syrinx (il brano, questa volta); nei due precedenti mi sono occupato del Prélude e dele Chansons de Bilitis, mentre il prossimo sarà dedicato alla Sonata per flauto, viola e arpa.
Naturalmente, apprezzerei molto commenti, domande, critiche da parte vostra, e rimango a disposizione per rispondere a tutti.
Gli articoli sono tratti - con piccole modifiche - dalla mia tesi di laurea. Se qualcuno fosse interessato a leggerla... eccomi.
Grazie per l'attenzione e buon flauto!
postato il 09/02/2007 0.32.46
da Luca Rossetto Casel

o questi tre capolavori, he da soli meriterebbero il viaggio!
Quanto a Beethoven, oltre ai magnifici soli delle sinfonie (specialmente dalla quarta alla sesta), la musica da camera originale non è pochissima e tutt'altro che disprezzabile!
Abbiamo un Trio op.25 per fl. violino e viola trascritto dall'autore come op. 41 per fl. e pianoforte, abbiamo un pregevole Trio per fl. fagotto e piano, abbiamo i Temi variati dell'op. 105 - 107 per flauto e pianoforte. Mentre pare non originale la Sonata in sib maggiore, sempre per flauto e piano, che generalmente si attribuisce a Beethoven.
A presto!
postato il 08/02/2007 10.05.07
da GP

Gentilissimi,
scusate il ritardo!
Rispondo brevemente, per quel che ne so, agli interrogativi aperti, e mi complimento con Mauro per l'ottima descrizione del mito di Syrinx. Ha già detto esaurientemente tutto lui, quindi ho poco da aggiungere.
Syrinx, che aveva appunto come titolo originale La flute de pan (pensiamo a quanti altri pezzi più o meno noti- e soprattutto più o meno validi!-saranno poi scritti utilizzando il mito di Pan riportato impropriamente al flauto traverso occidentale), è un breve pezzo scritto come musica di scena per una pièce, Psychè di Mourey.
Posso dire che, dovessi optare tra il canto d'amore o di morte, propenderei sicuramente per il primo; e rileverei come, ossessivamente, Debussy scriva indicazioni agogico dinamiche così precise da rendere incomprensibile l'esecuzione tipo che viene fornita da noi flautisti, ovvero rapsodica e cadenzale, libera come non ci fossero indicazioni di tempo. In realtà sia la struttura formale sia le indicazioni sono molto rigide, e lo spazio che l'interprete può trovare, risiede soprattutto nella ricerca della massima varietà possibile di colori e attacchi, e nella maniacalità del rispetto delle micro dinamiche.
Anche l'incedere, piuttosto "affondante" e solenne, in questo tre quarti così plastico e semplice, non dovrebbe a mio avviso lasciare troppo spazio a scatti nervosi e ingiustificati di tempo..
Quanto a Debussy, il suo amore per questa accezione del flauto evocativa, favolistica, arcadica, così inquadrata in una prospettiva metatemporale di nostalgia per un tempo e un luogo che lo portassero lontano da una contemporaneità che gli era estranea, a mio parere si estrinseca in sommo grado nella Sonata per flauto viola e arpa, capolavoro infinito nella raffigurazione onirica di un mondo rarefatto e sospeso.
Il Prèlude viene considerato (1894) il primo vero pezzo del '900, e a ragione; Ravel stesso lo definisce il pezzo, anzi, l'unico pezzo perfetto della Storia Della Musica. Questo immenso autore ci ha donat
postato il 08/02/2007 9.55.14
da GP

Si, Mauro, i soli che troviamo nelle composizioni orchestrali sono straordinari: Basti pernsare alla "Eleonora n°3" o al finale dell'eroica. Però ci manca un concero da solista o una sonata: Forse perchè Beethoven risente un già del romanticismo, nel quale il flauto non ha una grande fortuna, a parte qualche eccezione.
postato il 04/02/2007 11.17.42
da gennaro fabrizio

ciao gennaro.che io sappia syrinx con il prèlude à l'Apres-midi d'un Faune dovrebbero nascere dallo stesso "soggetto"ovvero sirinx,anche perchè Debussy era già stato più volte affascinato da questo mito,come dimostra la prima delle Chansons de Bilitis che si intitola proprio La flute de Pan,che sarebbe il titolo definitivo di Sirinx.Il mito di Syrinx dovrebbe essere il mito della nascita del flauto:l'incantevole ninfa,che danza sulle rive del fiume con le compagne,viene seguita e perseguitata dall'osceno Pan,dio delle greggi e dei pastori,con le corna e coi piedi caprini.Syrinx prega gli dei di salvarla e ottiene di essere trasformata in una canna,che fa risuonare ancora la sua dolce voce quando soffia il vento.Pan,che non può rinunciare al suo amore,lega ingegnosamente la canna,per farne un flauto a sette suoni,che può sempre portare con se.Secondo alcuni Syrinx sarebbe da eseguire come canto di morte di Pan,ma sarebbe un canto d'amore piùttosto che di morte.L'ultima parola sarà del capo.Per il resto non so.in effetti quando suono Beethoven in orchestra mi viene difficile pensare che "odiasse" il flauto,abbiamo dei soli invidiabili.anche se bisogna tener conto che la musica da camera per flauto(tranne la sonata op.82 non ricordo)è sempre trascritta.
postato il 01/02/2007 11.14.08
da mauro

Condivido perfettamente il pensiero di GP. Ma cambiamo argomento.
Qulacuno conosce con esattezza se Debussy si è ispirato a qualche storia in particolare , per comporre "Syrinx"? Niente a che vedere con il "Preludio al pomeriggio di un fauno?"
C'è un copione ispiratore per "Chant de Linos?" di Jolivet? A parte l'ispirazione alla composizione funebre greca?
E poi, era Mozart o Beethoven che non amavano particolarmente il flauto? In effetti, quest'ultimo non mi sembra che abbia lasciato opere degne del suo nome per il nostro strumento.
Un saluto a tutti.
postato il 30/01/2007 20.17.25
da gennaro fabrizio

(cont. da sotto-4)
La comunicazione è uno degli elementi fondamentali del nostro mestiere, al pari di quello degli attori. La preparazione normativa da sola non basta a far viaggiare un'esecuzione, ma ne è semmai uno degli aspetti. Ma quanta straordinaria adorabile follia espressiva ci ha regalato Gould suonando Bach su uno Stainway a coda??? Vogliamo rinunciarvi? ma siamo pazzi?? Come del resto personalmente non rinuncerei mai e poi mai, pur da suonatore di "demoniaco strumento metallico" al meraviglioso equilibrio delle Sonate di Bach-Kuijken (Gennaro, un'edizione che ti consiglio vivamente, a proposito di ottime incisioni bachiane), al virtuosismo stupefacente del Giardino Armonico, e via anticheggiando, da Gardiner a Norrington, da Hogwood a Pinnock e così via. Quanto mi piace però anche un bel Vivaldi suonato da un bel gruppo d'archi "moderno", semprechè sia espressivo, incisivo, ritmicamente catturante e non volgare!
Insomma, rivendico il diritto di continuare a divertirmi suonando col mio metallofono autori barocchi e classici; serve a me per crescere come musicista, imparare e divertirmi: di conseguenza, se sarò sincero nell'esecuzione, non potrà che istruire e divertire, almeno un po', coloro che vorranno concedermi la loro attenzione nonostante non goda dell'ormai papalino sigillo dei detentori della Verità.
GP
postato il 28/01/2007 18.51.48
da GP

-(continua dal mio intervento qui sotto)
Francamente, dopo quasi trent'anni di "mestiere", per quanto mi riguarda non contano i dogmi e le formulette comode con le quali etichettare la musica e i musicisti, bensì è fondamentale la sincerità dell'approccio, l'intensità dell'impegno, e l'efficacia del bagaglio tecnico.espressivo che si mette in gioco, e che dovrebbe essere in ogni caso costruito con la massima attitudine alla perfezione.
Le formulette "strumenti originali sì-strumenti moderni-no" o viceversa, mi fanno pensare alla superficialità di approccio con cui, nella stupidera generale che ci sta cogliendo tutti, si affrontano gli argomenti complessi nei saoltti televisivi, in cui si pretende di dare risposte semplici a problemi complessi.
Io sono un convinto assertore della relatività dello strumento rispetto alla superiorità della Musica. E quando dico strumento lo intendo nell'accezione più ampia, a partire dalla scelta dello strumento vero e proprio su cui suoniamo quotidianamente (scelta che non a caso non mi ha mai appassionato più che tanto per la sua probabile meccanicità) per arrivare alla scelta, più radicale, tra strumento antico e moderno.
Attualmente capita normalmente di sentire eccellenti esecuzioni di musica barocca con entrambe le "dotazioni", come di sentire emerite schifezze, sempre da entrambi gli schieramenti; come si direbbe ora, "schifezze bipartisan".
E' stato un gran bene che nel secondo dopoguerra si sia verificata la "rivoluzione" degli strumenti antichi perchè, dopo aver lasciato sedimentare, ccome avviene di consueto in tutte le rivoluzioni, le ceneri degli eccessi, ha costretto tutti quanti a porsi se non altro dei problemi di stile e di linguaggio che prima venivano disinvoltamente disattesi. (cont.sopra)
postato il 28/01/2007 18.21.58
da GP

Cari tutti, che dire?
Il dott. Pupillo è stato così esauriente e circostanziato che mi resta ben poco da aggiungere a ciò che ha scritto.
Effettivamente mi risulta che da battuta 62 in poi i pentagrammi "di recupero" su cui Bach aveva scritto il primo tempo della Sonata, quelli che avanzavano appunto dal concerto per due cembali, siano stati tagliati via; da chi e da come? Da Bach stesso nell'ansia di ricopiare entrambi i lavori, da qualcun altro per "rubare" qualche frammento del Grande Maestro, dall'autore magari scontento di qualche passaggio del Concerto? Non lo sapremo mai, e se vogiiamo eseguire questo primo movimento dobbiamo attenerci alle tante riscostruzioni edite, o farne una noi, in base al materiale precedente; tenendo presente magari che questo Vivace è scritto più tenendo presente lo stile del Concerto, con linea accompagnata dall'ipotetica orchestra, che quello della Trio Sonata, rappresentato dagli altri due movimenti. Un ultimo particolare: a me non risulta, come dice Fabio, che sia andato perduto il manoscritto, bensì solo la parte mancante; il manoscritto, peraltro non autografato esplicitamente, riporterebbe tra l'altro molti "pentimenti" e correzioni. Io personalmente quando lo eseguo mi attengo alla buona ricostruzione edita dalla sempre affidabile Barenreiter.
Quanto all'annoso, dibattuto, ormai perfino noioso problema dell'esecuzione su strumenti moderni, tutti sappiamo ormai, o dovremmo sapere, quali sono le opinioni in campo, e da chi e come siano rappresentate musicalmente.
Per quanto riguarda personalmente la mia visione, e la mia "azione" di musicista, posso dire come la penso, ammesso che rivesta la minima importanza se non per guidare le mie personalissime e opinabilissime scelte.
Continua sopra...
postato il 28/01/2007 18.10.31
da GP

... comunque, ho letto da qualche parte che Pahud abbia anche suonato con un flauto in legno, che però all'interno era d'oro. Non so che tipo di suono venga fuori,da momento che ci sono flautisti che sostegnono che un flauto interamente d'oro produca delle vibrazioni diverse da quelle prodotte dallo stesso flauto che abbia in tubo in oro e la tastiera in argento.
Non so quanto ci sia di concreto in tutto ciò. Non vorrei si trattasse delle solite esagerazioni di noi flautisti, anche se mi piacerebbe saperne di più in tal senso.
Un saluto
postato il 27/01/2007 13.48.27
da gennaro fabrizio

Caro fabio, ti ringrazio per il tempestivo quanto esauriente inervento (cacchio, che preparazione! Ma sei musicologo?). Quanto ai nomi che mi hai citato, purtoppo non ne conosco neanche uno, eppure ascolto continuamente musica. L'ingnoranza umana non ha limiti. Per quanto riguarda la tua provocazione, ti rispondo con un'altra: se Bach avesse conosciuto lo Steinway odierno, credi avrebbe avuto un amletico dilemma se sceglierlo, o preferire il clavicembalo?
Oggi preferiamo andare sulle auto moderne, o preferiamo fare i nostalgici e viaggiare sulla vecchia Balilla?
Avrai capito da che parte sto. Credo che le esecuzioni su strumenti barocchi non posso essere altro che una pura curiosità, ma tutto finisce lì. Di nuovo grazie per la tua risposta.
Fabrizio
postato il 25/01/2007 15.50.08
da gennaro fabrizio

Cari tutti e caro Gennaro, ho appena letto il blog e ho visto la tua domanda. Naturalmente anch'io aspetto la risposta di Giampaolo ma volevo contribuire alla discussione. Di sicuro posso dirti che il primo tempo della BWV 1032 è così perché il manoscritto autografo è andato perduto durante l’ultima guerra mondiale. La data di composizione risale al 1736-37 e questa sonata, che è una delle quattro ritenute 'autentiche', venne composta a Lipsia . Il primo tempo è giunto a noi incompleto di 46 battute su 110 totali. Una curiosità riguardo l'originale è che Bach, da bravo economo e risparmiatore (la carta allora era un bene preziosissimo), scrisse questa sonata negli ultimi tre pentagrammi (rimasti liberi) del manoscritto del suo concerto in Do minore per due clavicembali e orchestra BWV 1062.
Esiste una versione a stampa edita da Breitkopf Urtext con una ricostruzione proposta da Barthold Kuijken che mi sembra molto interessante. Lui le ha anche incise e vale proprio la pena ascoltarle. Le mie due registrazioni preferite sono quelle di Wilbert Hazelzet al flauto e Jacques Ogg al cembalo oppure quella di Janet See al flauto e Davitt Moroney al cembalo. Splendide! Ho entrambe le incisioni sia di Rampal che di Nicolet. Le trovo entrambe notevoli anche se, oggi, facilmente (ed io aggiungo superficialmente) criticabili.Per mia sensibilità voto senza dubbio Nicolet. Lo trovo sempre estremamente originale e attuale. A questo punto mi piacerebbe buttare una provocazione. Strumento moderno o barocco? Avete mai ascoltato il Bach di Pahud, il Locatelli di Pretto o le sonate di Veracini o Tessarini incise dal flautista Giorgio Bernabò accompagnato al cembalo da Alan Curtis, nelle quali Bernabò suona il moderno come se fosse antico...Riparliamone!!!
Un caro saluto a tutti i naviganti
FP
postato il 25/01/2007 10.28.34
da Pupillo Fabio

Ciao Giapaolo,
volevo chiederti, come mai la sonata di Bach in la magg bwv 1032 ,in alcune edizioni manca del primo tempo. Come mai in altre,invece, esiste, ma verso la fine, sempre del primo tempo, alcune parti sono state ricostruite in modo diverso?
Ho anche sentito tante esecuzioni, ma in quel punto fatidico la ricostruzione è sempre diversa.
Mi sai segnalare le esecuzioni che ritieni più attendibili, pre quanto riguarda tutte le sonate ? Soprattutto a livello interpretativo. Come valuti quella di Aurele Nicolet e Rampal?
Un saluto
postato il 24/01/2007 20.55.08
da gennaro fabrizio

(continua da sotto) definizione, non aiuta, anzi ostacola quel continuo gioco a rimpiattino di nascondersi e uscire alternativamente che è tipico del suonare assieme.
Insomma, in soldoni, si baratta la presenza solistica con la variabilità, la duttilità di forma e colore.
Non si può sicuramente avere tutto, da uno strumento, e ognuno fa le sue scelte. Io preferisco la duttilità del colore alla definizione assoluta.
E' vero, Galway è estremamente personale nonostante suonasse (ora non più, mi risulta) il Murà: ma lui, permettetemi, non può essere esemplificativo, si tratta di qualcuno completamente fuori dalle categorie ordinarie, anche eccellenti. La mia non vuole assolutamente essere una polemica contro la casa di Tokio, tutt'altro, fanno ottimi strumenti.
Mi limito a pensare però ai flautisti che stimo di più al mondo, tra cui Pahud, Cherrier, la grandissima Beynon (il suono più bello della storia, a mio personale parere), Renggli, Zoon, J. Martin, Gallois, Bernold: e mi risulta che nessuno di loro suoni Muramatsu, ma Brannen, Yamaha, Abell, e così via. (La Cherrier per la verità credo suoni il Murà ma con la testata di Faulisi). Tutto qui.
Fortunatamente noi flautisti abbiamo l'imbarazzo della scelta...
postato il 18/01/2007 12.31.52
da GP

Grazie dei vostri interventi, che contengono ciascuno una verità. Vorrei tentare una sintesi.
Sicuramente il controllo che si può esercitare sulla "voce" del proprio suono non è che un elemento che può portare a suonare ad alto livello; ce ne sono naturalmente molti altri. Ognuno può suonare ad altissimo livello con qualsiasi strumento che gli fornisca dei buoni "fondamentali". Inevitabilmente però, per descrivere delle caratteristiche specifiche (e attenzione: gli strumenti sono costruiti PROPRIO per avere delle specifiche diverse gli uni dagli altri) è necessario, se non generalizzare, approssimare con un po' di beneficio d'inventario.
Mi spiego meglio: il Muramatsu è uno strumento eccezionale, e chi lo suona può essere un padreterno del professionismo flautistico. Mi limito ad osservare che, nella mia veste sia di esecutore che di ascoltatore, mi sono trovato a riscontrare che questo strumento spesso ti "impone" delle scelte tecniche di emissione molto ma molto precise, perchè è costruito per darti tutto al meglio. Il punto è che secondo me, a volte, il meglio è nemico del bene; e quando uno strumento troppo spesso ti costringe in una direzione ben determinata esclude altre possibilità di colore, che a parere dell'artigiano sono da escludere, ma che spesso al contrario, sono secondo me il "sale" della propria sonorità.
Nel creare una timbrica personale, secondo me talvolta un flautista può anche spingere l'emissione su strade che portano a delle forzature di colore, o dinamiche, o può perfino esigere, per determinate ragioni, un suono meno bello, meno pulito, meno levigato. Spesso noi strumentini, per entrare l'uno nel suono dell'altro, abbiamo bisogno di imitare il timbro degli altri strumenti, e ogni timbro è riconoscibile grazie anche ai suoi difetti.
Ecco perchè, nella continua ricerca di colore che caratterizza soprattutto la musica d'insieme e l'orchestra, a mio parere un suono troppo spiccato, definitivo, solistico, invadente nella sua (cont.sopra)
postato il 18/01/2007 12.19.05
da GP

Anche Galway suona con un Muramatsu, ma sono convinto che lo riconosceremmo anche se suonasse con un Yamaha 221. Voglio dire che comunque, ognuno di noi tirerebbe fuori un suono diverso, anche se suonassimo tutti con lo stesso strumento. E ciò è dovuto in gran parte a ragioni fisiche e squisitamente personali e minimamente imputabili allo strumento.
Un saluto a tutti.
postato il 17/01/2007 23.20.54
da gennaro fabrizio

quello che si sta dicendo sui muramatsu è vero.però forse non si sta tenendo conto che formisano o altri flautisti significativi che suonano un muramatsu non hanno il suono "pre-confezionato".riflettiamo.
postato il 16/01/2007 13.50.12
da mauro

dell'evoluzione in corso, ma mantenesse un occhio di riguardo alla "possibilità" di avere un suono personale. E un suono personale semplicemente NON PUO', mai, essere di moda. In un'epoca in cui tutti portano il cavallo dei pantaloni con vista sulla mutanda, come ora, non si può indossare qualcosa di più alto; ma cercare in quella direzione, magari per trovare una terza via (le mutande sopra i pantaloni?) è l'unico modo per tentare un approccio personale.
Grazie degli interventi, continuate se avete voglia, è utile questo confronto storico-generazionale!
postato il 15/01/2007 8.51.58
da GP

Giusta l'osservazione di Fabio per cui spesso i flautisti sono modaioli. Ricordo perfettamente, quando voi eravate ahimè ancora in fasce, il successo planetario, per esempio, ma soprattutto italiano, di cui godette Cooper, come costruttore di testate. Raiser molto tagliente, suono soffioso (siccome Galway a volte nei dischi aveva un suono con un po' di soffio se si cercava un suono pulito, come facevo io, si era degli sfigati..), staccato facilitato a scapito della rotondità (SEMPRE loe due cose in una testata sono inversamente proporzionali), brillantezza, chiarezza, buona "presa" vocale, zero pastosità. In quel periodo le testate Brannen erano semi -obbligatorie, e le aule di flauto dei Conservatori e delle Accademie erano inondate di spifferi e soffioni boraciferi, in fondo ai quali, molto in lontananza, si udiva qualcosa di vagamente simile a un suono. Galway aveva posseduto un flauto Albert Cooper, e tanto bastava: santi subito!, il noto solista come l'artigiano londinese. A questo seguì una brusca virata quando ci si rese conto che gli altri strumentisti, i non flautisti, difficilmente, da non ossessionati come i diretti interessati, potevano accettare un suono così discutibile, e si tornò alle testate originali degli strumenti, fossero loro Muramatsu o Sankyo o Yamaha. Sempre però a vantaggio dei giapponesi, però, perchè il guru di tutti noi era passato a suonare il Murà.
Io all'epoca suonavo lo strumento considerato più fuori moda da tutti (fino all'89): lo Joahannes Hammig. E quella fu la mia fortuna. Perchè, se da un lato presto capii che oggettivamente quello strumento proponeva un suono che portava a un vicolo cieco storico (suono rotondo e molto definito ma vuoto, poco intonato, volume più apparente che reale), in fondo al quale ci sarebbe stato semmai il raccordo con la ricerca degli strumenti originali, o quantomeno in legno, con maggior risultato, dall'altro lato mi abituai a una ricerca di suono meno conformista, che tenesse sì conto
postato il 15/01/2007 8.48.19
da GP

Purtroppo, è vero: il costo di un flauto è generalmente proibitivo, e non solo per gli strumenti "di lusso".
Con 5000 euro, un amico violinista ha recentemente acquistato un ottimo strumento di liuteria, costruito su sua ordinazione. Un flauto di qualità equivalente potrebbe costare, a occhio e croce, circa il doppio; senza contare il problema dell'usura (termine da non intendersi qui nella sua valenza commerciale) della meccanica...
Per quel che mi riguarda, sto cercando di ammortizzare le spese per l'acquisto di un flauto accoppiando la Faulisi cui accennavo in precedenza (comprata d'occasione, in quanto usata, a un prezzo relativamente basso) a un corpo Sankyo - almeno, sarei orientato su quella marca - nuovo. Alla fine, avrei speso all'incirca come l'amico violinista...
Luca
postato il 15/01/2007 3.04.58
da Luca Rossetto Casel

Quello che dici è vero caro Fabio, ma la soluzione trovata da GP è anche molto costosa... voglio dire che l'elemento economico,nella stragrande maggioranza dei casi, è preponderante. Se ognuno di noi potesse avere una disponibilità ecomonica illimitata, ci porterebbe tutti ad avere il flauto di platino di galway.
Purtroppo il flauto è uno strumento molto costoso: con 6000 euro compri una chitarra superba ,ma non certo il non plus ultra dei flauti.
ciao a tutti
postato il 13/01/2007 21.26.33
da fabrizio gennaro

Anch'io, pur riconoscendone la qualità indubbia (almeno per quanto riguarda la penultima generazione), non amo dei Muramastu la caratteristica di "suono preconfezionato" che avete evidenziato. E, così, anch'io preferisco gli strumenti più neutri: al momento uso un - ahimè! - ormai vecchiotto Sankyo. Anch'io, infine, sono recentemente entrato in possesso di una bella Faulisi dal foro ovale, della quale apprezzo moltissimo la duttilità. A proposito: qualcuno ha mai provato gli ultimi Miyazawa, quelli col sistema Broegger? Sono strumenti molto caratterizzati timbricamente? Dovendo cambiare il flauto, sono orientato (anche per motivi meramente economici) verso un nuovo corpo Sankyo da abbinare alla mia testata, però quel sistema Broegger mi incuriosisce parecchio.
Grazie e buon 2007!!!
Luca
postato il 07/01/2007 23.58.03
da Rossetto Casel Luca

Caro Gennaro,
condivido ciò che scrivi del Muramatsu: se è vero che è molto difficile e pericoloso generalizzare, è anche vero però che ogni costruttore, specie se grande, si connota in maniera volontaria forzando alcune caratteristiche a scapito di altre. Nella mia esperienza di, ahimè, ormai 32 anni di flauto e 6 strumenti, i due Muramatsu che ho posseduto, cioè un 14 kt chiavi in argento e un SR caminetti saldati proprio come il tuo, non hanno rappresentato per me che dei brevi momenti di passaggio. Questo perchè anch'io sono dell'avviso che possano conferire un suono talvolta anche molto bello, ma allineato ai canoni di colore, profondità e brillantezza che, in maniera un po' standard, il costruttore si era prefissato; rendendo quindi inevitabile usare un solo tipo di emissione molto caratterizzata in una sola direzione, contemporaneamente troppo "pignola", (da non ammettere imprecisioni) e troppo poco personale. Nel Brannen ho trovato uno strumento di grande corposità ed eccellente intonazione, ma tutto sommato piuttosto neutro, cosa che non ritengo affatto un difetto. Mi è stato quindi più facile, fin dall'inizio, cercare di conferire al suono le infinite variabili di colore (intenso in senso lato, non solo dinamico) che rendono secondo me interessante la ricerca di una voce più personale, e incline a piegarsi alle esigenze espressive. Questa tendenza si è incrementata ulteriormente da quando, nel 1993, scopersi una meravigliosa testa di Faulisi, che non ho poi più abbandonato, tramite la quale le inflessioni possibili sono molto più collegate all'elemento "vocale", che secondo me è necessario per potersi esprimere in modo più pieno. Non conosco il Powell di cui parli, sarà sicuramente un ottimo strumento. Buon lavoro, comunque il Muramatsu SR è un ottimo strumento!
postato il 07/01/2007 23.19.19
da GP

buon giorno e buonanno a tutti.
Volevo chiedere un conforto tecnico non solo a GP a chiunque:
io suono con un flauto Muramatsu mod SR, in argento con caminetti saldati. il problema che riscontro , in generale è che gli strumenti di questa casa, dotati per altro di un'ottima meccanica, non sono certamente strumenti molto spontanei. Mi sembra che un flautista sia continuamente costretto a cercarlo , il suono. E' ciò non dipende certamente dai caminetti saldati, ma proprio da una particolarità di questi flauti. Tanto che sono stato costetto ad " aprire" un pò lo strumento utilizzando un testata Faulisi in oro 9K.
Vi risulta tutto ciò?
Ho sentito parlare molto bene di un flauto Powell mod. Conservatorio, si dice che sia molto pronto ed intonato. Tu Giampaolo (scusa per il tu) mi sai dire qualcosa a riguardo?
Se avessi puntato su di un Powell come quello citato,forse mi sarei risparmiato qualche migliaio di euro, o il mio strumento così equipaggato, non ha nulla da invidiare?
Ti ringrazio fin da ora e di nuovo Buonan a tutti
postato il 03/01/2007 16.00.45
da gennaro fabrizio

Carissimo Fabio, grazie anche della schubertata sul Thinker's Corner; anch'io sono un grandissimo fan di Schubert, naturalmente!
Veniamo a Bach (come passare dalla Sacher alla Cassata; non si sa quale scegliere!)
Ora, il manoscritto (ammesso che sia veramente un manoscritto di pugno di Bach e non una trascrizione amanuense d'epoca, cosa che non so) non l'ho visto.
La spiegazione è comunque molto semplice, e non so quale sia l'originale voluto da Bach; diciamo che nella parte Barenreiter, che usualmente è accreditata come la più corretta, c'è la versione col fa bequadro.
Si tratta di una semplice progressione settimo grado-primo grado nelle tonalità di la magg, (si-sol# -re-do#), di sol magg. (la-fa#-do-si) di fa magg. (sol-mi-sib-la), mi minore (fa-re#-la-sol), quindi una progressione modulante di tono inferiore.
-se mettiamo il fa#, la progr. viene per quattro volte perfettamente simmetrica, e il fa # è la terza dell'accordo sul settimo grado di mi minore re#-fa#-la
-se mettiamo il fa bequadro, invece, la simmetria è rotta dal fatto che proprio sull'ultimo arpeggio-accordo, anzichè usare il settimo grado usiamo l'accordo di sesta napoletana di mi minore, cioè il II grado abbassato, l'accordo ossia fa bequadro-la-do, subito seguito dalla sensibile re #; ossia immaginiamo l'accordo di sesta napoletana sul fa bequadro subito seguito dal settimo a partire dal re#; é una percezione veloce ma sufficiente a sentire il percorso con una varietà armonica in più.
Quale sia l'originale sinceramente non lo so, io normalmente suono il fa bequadro perché armonicamente più...croccante!
postato il 26/11/2006 19.02.14
da GP

Ancora grazie per i consigli! In quanto alla Bezaly: il disco, in effetti,... be', credo non sia ancora disponibile. Io l'ho ascoltato in anteprima perché ne ho scritto la recensione per _Musica_ (proprio l'ultimo numero). Personalmente, l'ho apprezzato molto. Trovo, anzi, che con il passare del tempo la Bezaly proponga interpretazioni sempre più interessanti e innovative: il suo Rodrigo è molto "francese", ma il suo Ibert assai meno del consueto, con tratti insolitamente - almeno per quanto riguarda la sua musica per flauto - mediterranei, con un allegro scherzando accesissimo.
Buona giornata e buon flauto!!!
Luca
postato il 02/11/2006 16.18.48
da Luca Rossetto Casel

L'esercizio sulle ottave é più utile coi suoni cosidetti "naturali"; per quanto riguarda gli armonici, che costituiscono un vero e proprio "lip-building", conviene procedere molto gradatamente, sia selezionando su una fondamentaale base tutti gli armonici risultanti, verso il più acuto e ritorno, sia leegando tra loro armonici diversi che producono la stessa nota: esempio, tenere un mi acuto lungo legando tra loro le posizioni del do basso , mi, la e ritorno.
Bezaly mi risulta essere straordinaria, ma non conosco il disco in questione!
Auguri!
postato il 01/11/2006 16.19.24
da GP

Grazie per i preziosi suggerimenti! Quelli riguardanti l'imboccatura, in particolarie, corrispondono a quanto il mio caro Maestro mi ha sempre raccomandato: un foro ampio e arrotondato per non "costringere" il suono - "Non fare QUA! come un'anatra, non schiacciare il suono", diceva... Be', lui ha sempre curato molto la tecnica d'imboccatura, come anche Lei saprà bene, suonando a fianco dei suoi allievi dell'Orchestra Nazionale.
Riguardo all'esercizio sulle ottave: pensa che praticarlo usando solo i suoni armonici possa essere una buona idea?
Per curiosità, cosa pensa di Sharon Bezaly? Sto ascoltando ora il suo ultimo disco (con i concerti di Rodrigo e Ibert, e la Fantaia sulla Carmen di Borne) e mi pare una delle sue cose migliori.
Grazie ancora per tutto quanto e buona giornata! Io torno a macerarmi sul problema dell'anno: se comprare o no una bella ma, per me, cara testata Faulisi che ho provato... Eh...
Luca
postato il 11/10/2006 18.12.21
da Luca Rossetto Casel

Proprio così, caro Luca.
Io penso che il suono debba anzi tutto radicarsi nel nostro apparato fonatorio: e perciò un passo obbligato é quello di inserire la voce in un suono tenuto, lentamente e con gradualità dal registro medio della voce stessa (il più comodo), toccando poi la nota più bassa, poi la nota più alta, in scala lenta, e infine in falsetto.
Ma per poter radicare il suono senza irrigidire gola e imboccatura, il primo passo a mio avviso é quello di creare la flessibilità, ovvero una struttura di imboccatura che sia al tempo stesso robusta ed elastiica: a questo fine il metodo migliore é quello di legare una stessa nota alle ottave prima media e poi acuta e ritorno, con il minimo sforzo possibile. Legare, per esempio, un la basso a un la medio a un la acuto e ritorno, uitilizzando un foro aperto e largo, e modificando le ottave non già con l'aumento di pressione ma solo con la variazione della direzione dell'aria e del peso della colonna d'aria. Un po' come farebbe un violinista cercando di trascinare l'arco sulle quattro corde senza far sentire un brusco passaggio tra una corda e l'altra, muovendo elasticamente ma con estrema sicurezza e velocità il braccio destro.
Una cosa che noi flautisti studiamo troppo poco sono gli arpeggi; sono quelli che, ben fatti, conferiscono all'imboccatura la necessaria elasticità per supportare poi il suono in qualsiasi tessitura. Spesso la mancanza di elasticità crea un suono afono nelle basse e schiacciato nelle acute; la scommessa dev'essere quella di tenere il foro labiale, per quanto possibile e in proporzione, sempre il più aperto possibile, anche nei pp.
postato il 11/10/2006 8.19.13
da GP

Grazie per la risposta!
Dopo aver formulato i miei dubbi di sopra, mi sono (marzullianamente, ahimè!) dato una risposta da solo: lo studio giornaliero - come conferma la Sua risposta - non dev'essere ripetizione, ma, in qualche modo, ricreazione, anche, anzi: tanto più quando ci si confronta con gli stessi esercizi. Per me, questi consistono essenzialmente nei "vocalizzi di riscaldamento" di James Galway, dai quali trovo di aver tratto giovamento in termini di flessibilità, e da una serie di scale (raccomandatemi dal mio Maestro, ormai parecchi - accidenti, invecchio! - anni fa) contenenti, di fatto, tutte le difficoltà di coordinazione digitale del nostro strumento. Ecco, ogni giorno cerco di rendere i miei esercizi nuovi: tentando, naturalmente, di perfezionarli dal punto di vista tecnico, ma anche di cavarne un ampliamento della mia tavolozza cromatica e di "pensarli" meglio - credo, infatti, che saper pensare, suddividere un passaggio equivalga a "risolverlo" (poi bisogna lavorarci per perfezionarlo, però!): in questo senso, trovo utilissimo studiare i passi l e n t a m e n t e.
Ecco, anche questa volta sono riuscito a sproloquiare un bel po': spero di non aver fato aumentare il tasso d'inquinamento del blog!
Luca
postato il 10/10/2006 3.03.47
da Luca Rossetto Casel

(cont.), dell'autore, e ne facciamo qualcosa di speciale. Io personalmente, quando prendo lo strumento in mano, penso come prima cosa di farlo diventare una prosecuzione del mio corpo attraverso uno studio della tecnica pura della respirazione e dell'emissione del suono; niente musica, solo tecnica. Ma tecnica che può diventare musica, se il mio approcccio al suono é profondo e creativo. Studiare la tecnica del suono "puro" può essere un grande esercizio musicale. Suonare bene implica un coinvolgimento quasi "atletico", che fa forgiato con grande cura.
postato il 09/10/2006 17.01.17
da GP

Gentile Luca,
possiamo chiedere a un centometrista di non fare regolarmente piegamenti, stretching, allenamenti, palestra? Possiamo chiedere a un tiratore scelto di non esercitarsi a colpire bersagli? Possiamo chiedere a un prestigiatore di non allenarsi ore al giorno a far sparire carte e fazzoletti? Il punto a mio avviso é molto semplice: suonare richiede la convergenza di aspetti apparentemente contrastanti, tra cui il perfetto controllo fisico del proprio corpo in relazione allo strumento, e un cervello musicale che sappia come usare il materiale sonoro che produciamo. Se noi vogliamo produrre gioielli dobbiamo dotarci di materia sonora che sia sempre perfetta, luccicante, preziosa; poi la forgiamo con cervello e sensibilità e conoscenza della musica, dello stile,
postato il 09/10/2006 16.57.43
da GP

Caro Maestro,
mi chiamo Luca e sono un flautista della privincia di Torino, diplomato con il M° Danesin. Sarei molto interessato a un Suo parere sugli esercizi giornalieri. Lei ne pratica qualcuno in particolare o ritiene più utile la tecnica applicata? E gli altri "grandi" con i quali ha lavorato, per esempio Gallois?
Molti flautisti dedicano un po' di tempo a esercizi "di mantenimento" per suono e tecnica. Anche io faccio qualche piccola "rinfrescata", e ne riconosco l'utilità; però ho - a volte - l'impressione che questo porti anche gli svantaggi tipici della musica studiata per un lungo periodo. Come se, in qualche modo, la ripetizione e l'abitudine facessero "arrugginire" l'esecuzione.
Inoltre, mi pare anche che il concentrarsi tutti i giorni su determinati problemi tecnici possa portare, alla lunga, a farne una piccola ossessione! Non converrebbe di più, a questo punto, e non sarebbe magari pure più utile cercare di richiamare la tecnica appresa nel corso degli anni applicandola sui brani sudiati e suonati di volta in volta?
La ringrazio per la pazienza per gli sproloqui qui sopra... A presto!
Luca
postato il 29/09/2006 13.21.38
da Luca Rossetto Casel

Caro Giampaolo,
bello rivederti e leggerti su questo fantastico sito.
Per un breve periodo della mia vita ho pensato di dedicarmi al flauto e tra il '93 e il 94 mi hai concesso il piacere di ricevere lezioni a casa tua a Milano: eperienza breve ma indimenticabile, anche se di flautisti bravi ce n'erano sin troppi e oggi mi dedico a tutt'altro, cose che so fare meglio (aziende e profitti!).
Volevo solo fare un'incursione nostalgica e augurarti i migliori successi.
Sebastiano
postato il 29/08/2006 17.37.56
da di carlo sebastiano

....ed il suo nome mi porta in questo sito, meraviglioso per un flautista che lo visita.. Forse non si ricorderà di me, sono l'allievo di Giovanni Roselli, Luca, ci siamo incontrati a Catania poco tempo fa alla sua conferenza riguardo il quintetto.
Ancora penso alle sue parole "... l'intonazione è un po' come l'igene personale.." e continuo a studiare per raggingere magari una sua masterclass. Spero veramente di studiare anche con lei, Maestro.
Un abbraccio!!
postato il 25/08/2006 15.18.25
da Gianluca Campo

... sai una cosa? Intanto buonasera... mah.. le ruzzole?? :-) Sono le 22.26 e sto ascoltando Vienna! Ma chi è quel cane di pianista? ;-)
Un saluto Maestro!
postato il 23/08/2006 22.26.42
da Di Leo Loris

contraccambio i ' saluti ' ma il 'commento' non era ....mio!
ciao Adolfo
postato il 05/07/2006 16.04.11
da Zizza Adolfa

grazie Francesca,
credo che l'esperienza OGI in generale abbia una grande incidenza su tutti coloro che vi capitano; era successo anche a me! Tu alla fine hai fatto un bel percorso. Un augurio ancora per la tua strada!
postato il 05/07/2006 14.35.40
da GP

Sicuro, caro Adolfo, ben detto!
Curioso Internet, permette a persone che non si sentono da decenni di ricontattarsi. Mi fa piacere ricevere una tua riga, spero che tu stia bene; quanti secoli che non ci si vede. Il primo "quarto" brandeburghese della mia vita l'abbiamo suonato insieme, ricordi? Temo corresse l'anno 1981, o simili... Un abbraccio!
postato il 05/07/2006 14.32.26
da GP

Al lupo di mare che ha cambiato il mio modo di suonare con i suoi consigli, un GRAZIE di cuore da una ex OGIana INFINITAMENTE GRATA per tutto quello che ha ricevuto!!!
GRAZIE
Francesca
postato il 29/06/2006 22.27.57
da Cilione Francesca
